“NUOVA SCIENZA” E “ANTICA FEDE”
L’uomo
contemporaneo, convinto di vivere in un mondo emancipato e moderno guidato
dall’economia e dalla tecnica e del tutto scevro da contaminazioni esterne alla
dimensione razionale, difficilmente sarà disposto a credere che, dietro le
acquisizioni e le scoperte della nostra epoca, si nasconde un cuore oscuro,
alimentato da correnti sotterranee che provengono da molto lontano nel tempo e
nello spazio. Egli si dimostra altresì tendenzialmente contrario a ricondurre ad
una “causa” ben determinata l’orientamento anticristiano presente nell’attuale
società di impronta “tecnocratica”. Dato, questo, reso evidente dalla
trasformazione dei costumi e delle tradizionali forme di vita legate ai principi
evangelici.
Sembra
peraltro costituire una missione specifica assegnata ultimamente dalla
<<Provvida Madre Chiesa>> ai christifideles laici, in base al loro
inserimento a pieno titolo nel mondo, quella di mettere a fuoco la malizia e
l’ambiguità del lievito anticristiano che si cela nelle pieghe più sottili di
molti aspetti e luoghi comuni che caratterizzano l’attuale cultura dominante.
Non ci sono solo margheritine sulle vie del mondo che ogni cristiano è chiamato
a percorrere per giungere alla salvezza ed alla conoscenza della verità.
San
Paolo a riguardo utilizza termini inquietanti. Egli afferma che <<il
mistero dell’iniquità è già in atto>> e che la venuta dell’anticristo
<<avverrà nella potenza di satana … con ogni sorta di empio inganno per
quelli che non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi>>. Dio
stesso lascerà che <<credano nella menzogna e siano condannati tutti
quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito
all’iniquità>> (2 Ts 2, 7-12).
L’antico
e sempre nuovo contrasto fra verità e menzogna, finalizzato a trattenere l’uomo
all’interno di questa realtà o a liberarlo, si realizza in un modo o nell’altro
attraverso la cooperazione dell’uomo. È l’uomo infatti che è in grado di agire
sugli altri uomini, più di quanto possa fare lo “spirito”. L’uomo “incarna” le
idee, le rende sensibili, le attua e diffonde. Sia nel bene che nel male. Al
pari delle benevole intelligenze angeliche, i veri nemici dell’uomo, gli spiriti
dell’aria indicati da S. Paolo “operano” nel mondo sensibile attraverso le
persone che si legano a loro più o meno coscientemente.
In
ambito esoterico, si parla di “sfere concentriche”, per riferirsi a quei nuclei
di affiliati nella segretezza che diffondono intorno a loro, dalle adiacenze più
dirette fino alle frange esterne delle persone “comuni”, indirizzi di pensiero,
mode culturali e tendenze tratte dalla tradizione iniziatica che trovò massima
espressione nell’antico Egitto e nella figura simbolica del “faraone”. A questi
nuclei segreti, continuatori dell’antica “tradizione” egizia, sarebbero stati
“legati”, contribuendo significativamente alla loro crescita, personaggi di
altissimo livello culturale, uniti come anelli successivi alla catena segreta
impegnata a trasmettere nello spazio e nel tempo quel credo strettamente
naturalistico-razionalistico che sta alla base di ogni forma di ateismo e
relativismo religioso.
Si
fanno, sottovoce, nomi eccellenti a riguardo. Oltre a Dante e Leonardo, anche
Cartesio, Galileo, Bacone, Newton ed altri ancora secondo autorevoli studiosi
del settore esoterico sarebbero stati esponenti di spicco, al tempo stesso
alimentati ed alimentatori, di qui circoli elitari impegnati a richiamare, ed
attualizzare in un modo o nell’altro, le antiche cognizioni della “tradizione
egizia” all’interno dell’ambito culturale ad essi coevo. Prove documentarie
ufficiali e certe ovviamente non ce ne sono. Ma il legame di questi personaggi
con potentissime sette segrete (in particolare, i rosacroce) è indicato da
studiosi del calibro di René Alleau, Serge Hutin, René Guenon. Ultimamente,
Ermanno Gallo ha individuato addirittura in Aristotele <<uno dei grandi
creatori dell’Ordine … autentico R+C (rosacroce)>> (Maghi, sciamani, stregoni, Ed. Piemme,
2000, pp. 386-7).
Per
mettere a fuoco l’azione sotterranea entro la quale sembra essersi mossa questa
corrente di pensiero tesa a creare nella società e nella cultura dominante il
clima razionale, spirituale e magico vigente nell’antico Egitto, è utile
soffermarsi su un particolare momento storico assai complesso ed articolato.
Sul
finire del tredicesimo secolo, infatti, mentre con il tramonto della Scolastica
si stavano delineando in modo sempre più netto i caratteri propri dell’Umanesimo
e del Rinascimento, specialmente nella città di Firenze, nella quale avevano
operato Dante e Leonardo, riemersero i temi tipici della mitologia solare
strettamente correlata alla religiosità egizia.
È
in quel periodo che l’accademia
neoplatonica fiorentina cominciò a mettere in atto una rivoluzione culturale
senza precedenti, attraverso la rielaborazione e la successiva divulgazione
delle conoscenze irrazionali tratte dal Corpus Hermeticum – presentato
con il titolo di Poimandres e
attribuito ad Ermete Trismegisto (tre volte grande), mitica figura
sintesi del dio greco Ermete (il romano Mercurio) e del dio della saggezza
egiziano Thot –, che Cosimo de’ Medici fece tradurre dal greco da Marsilio
Ficino. Il
quale in prima persona era impegnato: <<alla costruzione di talismani,
veri e propri ricettacoli della potenza spirituale, in cui il divino è
imprigionato e conservato attivo in questo oggetto “nobile” che può agire così
direttamente sull’umano>> (V. Schiavone, Natura e origini del Corpus Hermeticum,
in, Ermete Trismegisto, Corpus
Hermeticum, BUR, Milano 2001, p. 17).
In
questo famoso ed oscuro testo, l’Autore descrive il modo in cui nel corso di una
meditazione riuscì a dialogare con il Pimandro, ovvero Nous (mente) dell’<<essere
supremo>> ed a conoscere quell’insegnamento in grado di riscattare in
senso gnostico l’uomo ricaduto nel mondo materiale, opera dell’empio Javhè. Solo
dopo aver conseguito la gnosis,
conoscenza, egli avrebbe potuto liberarsi dalle catene di questo mondo malvagio
per risalire le sfere celesti. Fino a ricongiungersi con la divinità originaria,
la non-persona, la non-conoscenza, situata oltre ogni possibile
concettualizzazione logica, ovvero nel cosiddetto Pleroma, di cui tuttavia nulla si può
dire.
Al
di là del noto aspetto “filosofico” di impronta neoplatonica, nell’opera di
Ermete Trismegisto vengono riportate alla luce le procedure proclamate dalla
magia demoniaca per rendere possibile il “contatto” e l’interazione con la
dimensione invisibile, che sfugge alle leggi ordinarie della natura, al fine di
partecipare al mistero dell’universo e di usufruire delle sue correnti
energetiche spirituali per fini di dominio terreno.
I molteplici insegnamenti trasmessi da Ermete Trismegisto abbracciano pertanto
un largo campo delle discipline occulte, correlate tutte all’antichissimo culto
egizio di Râ personificazione
dell’astro solare, che costituisce altresì uno dei temi centrali del Corpus Hermeticum. Dalla animazione
delle statue, alla costruzioni di talismani, all’evocazione delle sfere infere e
via dicendo, tutto sotto l’egida spirituale, o spiritica, del “sole
interiore”.
Il
sole, raffigurato nel politeismo dell’antico Egitto come dio supremo, anche
denominato Horus, figlio di Iside ed
Osiride e simboleggiato dalla “stella a cinque punte” o pentalfa oggi tanto di
moda, attraverso i propri raggi scruta e conosce tutte le cose e gli animi in
profondità. Questa credenza del tutto infondata spiegherebbe il perché i
pitagorici avessero individuato nel sole il cosiddetto “fuoco sacro”, inteso
come ragione ed epicentro di tutti gli esseri e di tutti gli elementi.
Aristotele si riferì peraltro al “motore immobile” localizzandolo in un
imprecisato empireo celeste, mentre Pitagora più correttamente lo individuò nel
centro del cosmo. Infatti, dal punto di vista cosmologico, il culto eliolatrico
professato dai pitagorici sfocia direttamente in una rappresentazione
eliocentrica, e non geocentrica.
È
noto che il Corpus Hermeticum,
ricettacolo delle conoscenze esoteriche egizie, esercitò un’enorme importanza
nell’ambito della cultura europea, fino al XVII secolo. Sulla scia
dell’ermetismo rinascimentale inaugurata da Marsilio Ficino (1433-1499) che
tradusse questo testo su repentina richiesta di Cosimo de Medici, si inserirono
prontamente altre personalità di primo piano in ambito iniziatico, come Pico
della Mirandola (1463-1494), Johann Reuchlin (1455-1522) e Cornelio Agrippa di
Nettesheim (1486-1535). Questi ultimi tratteggiarono in modo sempre più
esplicito il piano completo dell’occulta
philosphia. Ossia, quell’insieme sapienziale che unificava le forme diverse
della tradizione esoterica, la cui visione era fondata sulle colonne portanti
dell’ermetismo, della magia egizia e della cabala ebraica. Indirizzi questi
tutti concordi nel postulare le tesi dell’analogia micro-macrocosmica, la
simpatia ed antipatia (attrazione e repulsione) delle forze, le pratiche di
protezione delle reazioni energetiche negative, il potenziamento della “forza
solare” presente nell’uomo.
Gli
argomenti cabalistici portati alla luce dagli esoteristi rinascimentali
influenzarono anche la dottrina cristiana, in modo insidioso. Si parla infatti
di una cabala cristiana, costituita da un tentativo di fusione di elementi
cabalistici, ermetici, nonché cristiani, inaugurata da Pico a Firenze, prima
della cacciata del 1492 degli Ebrei dalla Spagna. Questo poco felice indirizzo
sincretistico creò all’interno della Chiesa correnti favorevoli e contrarie ad
integrare il depositum fidei con le argomentazioni proprie del naturalismo
di matrice egizia e della cabala ebraica. All’interno della Chiesa infatti da
tempo si era creata una corrente tendenzialmente aperta al superamento del
dogmatismo dottrinale ed al sistema filosofico del realismo moderato elaborato
da san Tommaso d’Aquino.
È
noto infatti che i propugnatori di un nuovo approccio conoscitivo della realtà
furono anche autorevoli esponenti ecclesiastici. Fra i più noti, Nicola d’Oresme
(1325-1382), rappresentante della cosiddetta scuola dei fisici di Parigi e
vescovo di Lisieux, nel Libro del cielo e
del mondo, precorse Galilei suffragando l’ipotesi della rotazione della
terra con congetture mentali prive di effettivi riscontri reali, tentando di
conciliare questa stessa ipotesi con le affermazioni della Sacra Scrittura.
D’altra parte, il cardinale Nicola Cusano (1401-1464), in preparazione del
concilio di Firenze del 1439, riprese le tesi del vescovo di Lisieux elaborando
le idee centrali della sua famosa opera De docta ignorantia sulle linee di una
teologia negativa che interpreta Dio attraverso le linee alchemiche della coincidentia oppositorum, secondo le
quali Dio e mondo (assurdamente) si compenetrerebbero.
Il
ritorno alla sapienza antica tanto enfatizzato e propiziato dagli ermetisti
rinascimentali richiedeva peraltro un radicale oscuramento e capovolgimento dei
solidi schemi della logica classica allora vigente, fondati sul principio di
contraddizione dell’essere. Infatti, solo negando i principi metafisici posti
alla base della metafisica scolastica, può trovare spazio la “dinamica” della
dialettica degli opposti, alla quale si riferisce la logica eraclitea del
contrasto degli opposti che si trasformerebbero, conciliandosi in “sintesi
superiori”. Stessa logica che sta alla base della sempre attuale visione magica
del mondo, delle simpatie e corrispondenze fra macro e microcosmo. Nonché di
ogni visione fondata su contrapposizioni dualistiche di tipo manicheo.
Entusiasta
e tristemente famoso declamatore del ritorno della religiosità egizia, ed in
particolare dell’antichissimo culto del sole, fu Giordano Bruno (1548-1600),
considerato una vittima dell’oscurantismo ecclesiastico rinascimentale. In
effetti, il tribunale ecclesiastico si preoccupò ben poco delle argomentazioni
eliocentriche prodotte da Bruno, dal momento che erano del tutto infondate ed
erano state ridicolizzate già nel corso di un dibattito pubblico tenutosi in
Inghilterra. Per questo motivo, al giorno d’oggi: <<la leggenda secondo
cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo al rogo per
le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non
regge più>> (F. Yates, Giordano
Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma – Bari 1995, p. 385).
Bruno
aderì prontamente alla dottrina eliocentrica, interpretandola però da un punto
di vista completamente diverso da quello razionale sostenuto da Galileo (1564 –
1642). Il Nolano esaltò il modello eliocentrico perché lo riteneva simbolo della
religione egiziana, da lui considerata la vera religione matrice di alti segreti
iniziatici. Tra i quali l’interpretazione “mistica” dell’attività sessuale,
concepita come rappresentazione di un presunto legame fra sole e semen virile. Credenza questa tratta
ovviamente dalla pseudo religiosità mediorientale ed egizia: <<Nell’antico
Egitto la vita fluisce come luce dal sole o come seme dal fallo di un dio
creatore>> (M. Eliade, Occultismo,
stregoneria e mode culturali, Sansoni Editore, Firenze 2004, pp. 98 e sgg.).
Tale leggenda risuonò anche nella mitologia romana, in forma del dio Giano il
quale, come governatore di tutti i “passaggi”, era ritenuto patrono anche della
“trasmissione” del semen virile (cfr Agostino, La Città di Dio,
7,3).
D’altra
parte, l’interpretazione magica dell’eliocentrismo propugnata da Bruno aveva
un’illustre genesi. Lo stesso Copernico infatti si mosse nell’ambito della
concezione del mondo tipica del neoplatonismo magico, <<di quei prisci theologi, con Ermete Trismegisto
alla testa, elaborata da Ficino>>. Di conseguenza, la riscoperta di
Copernico della dottrina egizio-pitagorica dell’eliocentrismo <<vide la
luce sotto la benedizione di Ermete Trismegisto, fregiandosi di una citazione di
quell’opera famosa nella quale Ermete descrive il culto solare degli Egiziani
nel quadro della loro religione magica>> (F. A. Yates, cit., p. 175). È noto peraltro, anche se poco evidenziato,
che Copernico non fondò le proprie ragioni eliocentriche su dati astronomici
aggiornati o su indagini celesti contrarie alla teoria geocentrica. Infatti:
<<le poche osservazioni fatte dallo stesso Copernico furono spesso meno esatte di quelle
compiute da astronomi ellenistici o islamici anche parecchi secoli prima di lui>> (K.
Ferguson, La musica di Pitagora,
Longanesi, Milano 2009, p. 260, corsivi nostri).
Non
costituisce dunque una nostra personale opinione il fatto che: <<Non furono nuove scoperte astronomiche o
osservazioni del cielo più esatte e minuziose a motivare Copernico a
rifiutare l’astronomia geocentrica di Tolomeo e a sostituirla con un sistema
eliocentrico … quando infatti concludeva che l’astronomia tolemaica non poteva
essere corretta, lo faceva in gran parte
per ragioni diverse da prove fisiche. Forse, l’inizio della rivoluzione
scientifica non fu tanto scientifico, o almeno non nel modo in cui noi
intendiamo comunemente la parola “scientifico”>> (ib).
Per
comprendere il senso di questa affermazione, è utile sottolineare che
l’eliocentrismo
scientifico, che Copernico elaborò nella metà del XVI secolo, riproponeva nel
migliore dei modi la dottrina pitagorica del fuoco centrale, mostrando nel
contempo un’immagine apparentemente matematica del Cosmo, nella quale il sole
domina saldamente nel centro del mondo sulla sequenza dei pianeti e dei viventi,
che dall’astro ricevono luce e dinamismo. Questo recupero di simbolismi e
significati propri del culto naturalistico solare, messo in atto dal modello
copernicano, venne prontamente approvato e rilanciato dai cultori del
neoplatonismo e del pitagorismo che si attivarono a diffondere una mentalità ed
un modo di intendere la realtà decisamente in contrasto con il quadro
cosmologico prospettato dalla filosofia scolastica.
La
cosmologia tomista offriva infatti una salda visione metafisica, ben strutturata
e corrispondente alla realtà, perché fondata sulla verità del cosiddetto
“principio primo”. Il principio più certo di tutti, a proposito del quale non è
possibile sbagliare, perché a tutti noto e non fondato su altre ipotesi. Tale è
il principio di non-contraddizione, la cui formulazione più semplice è la
seguente: l’ente, non è il non-ente.
Ovvero, è impossibile che due contrari si riferiscano nello stesso tempo allo stesso soggetto.
Rifiutare questo principio primo della logica ordinaria, significa negare la
realtà dell’ente. E dunque ogni conoscenza intellettiva, dal momento che:
<<L’attualità di una cosa è come una luce in essa>> (S. Tommaso d’Aquino, De
Causis, lect. 6,
n. 168).
Da questa affermazione si deduce che l’ente equivale al vero, poiché tutta la
realtà è conoscibile, in quanto determinata.
Nonostante
l’evidenza di tale principio primo posto alla base del sistema
aristotelico-tomista, negli ultimi decenni del periodo medievale, come un
progressivo vortice, i circoli e le aristocrazie che si ispiravano alla
filosofia neoplatonica iniziarono a diffondere in modo sempre più manifesto
nella dimensione culturale l’arcaica concezione della realtà e del mutamento
fondata sulle leggi della dialettica eraclitea – il passaggio della quantità
alla qualità, la reciproca compenetrazione degli opposti, la cosiddetta
negazione della negazione che si realizzerebbe in una sintesi superiore –.
Queste leggi, che sfociano in una visione misticheggiante del mondo, dominata
dai principi dell’unità del tutto, della “simpatia” cosmica e dell’eternità
della materia, risultano come implicitamente impresse nell’ipotesi copernicana,
e sono espresse dal punto di vista figurativo dal movimento circolare, l’eterno
ritorno, della terra intorno al sole centrale.
La
nuova concezione dinamica dei pianeti proposta dai cultori della tradizione
ermetica interpretava inoltre il movimento stesso dal punto di vista metaforico.
Cioè in senso “sessuale”, come espressione della generazione e della vita,
contrario allo stato di quiete, sinonimo di aridità e di sterilità. Proprio per
questo significato simbolico attribuita al “movimento”, la terra, matrice delle
molteplici forme di vita, doveva necessariamente essere concepita in
traslazione, rispetto al sole centrale. Contestare la filosofia scolastica e
l’inoppugnabile logica aristotelica significava allora rifiutare l’immagine
cosmologica da essa sostenuta. Ossia, il geocentrismo. <<Questo forse
spiega perché tante citazioni a favore di Copernico vennero da persone che non
erano astronomi, e nemmeno uomini di scienza, e il cui lavoro è spesso associato
con il libero pensiero o con il respiro più ribelle dell’epicureismo di
Lucrezio>>
(W.
Shea, Copernico: un rivoluzionario
prudente, Le Scienze, 2004, Collana: I grandi della scienza, n. 20 2004, p.
81).
Non
dimentichiamo peraltro che per l’uomo medievale l’idea del movimento della terra
era così fuori da ogni logica ed evidenza che implicò, come prima conseguenza
della sua accettazione, la separazione della scienza dal mondo dell’esperienza
quotidiana. Con l’ipotesi eliocentrica infatti si delinearono due “vie” ed una
scissione nell’ambito della conoscenza. Da una parte infatti si determinò
l’universo degli astronomi, nel quale la terra volteggiava velocemente
attraverso lo spazio; dall’altra, quello della persona comune, dove essa
continuava a rimanere saldamente ferma insieme all’atmosfera nella volta
celeste.
All’interno
di questa “scissione” conoscitiva fra mondo percepito e mondo idealizzato nella
rappresentazione razionale trovava spazio il germe della dimensione irrazionale.
Ossia, quella “vecchia” logica, che aveva accompagnato e trattenuto l’uomo
all’interno di un mondo oscuro, richiuso su di sé e sulle superstizioni che
avevano visto crescere crudelmente le civiltà, fino alla venuta liberatrice di
Cristo. La mano di Dio infatti aveva guidato il suo Popolo attraverso un cammino
contrario a quello che lo “spirito del mondo” aveva delineato nel corso di
lunghi e dolorosi secoli. D’altra parte, la liberazione del popolo eletto dal:
<<potere dell’Egitto e del faraone, cioè dal diavolo>> (san
Gaudenzio da Brescia, Trattati, Liturgia delle ore, LEV., II, p. 602)
rappresenta per certi versi anche una liberazione dai riti segreti che si
perpetuavano specialmente nella città di On-Heliopolis, massimo centro del culto solare nell’area
mediorientale. Città nella quale il suocero del biblico Giuseppe, Potifera (“dono di Ra”, dio del sole), svolgeva il ruolo di
sacerdote (Gen 41, 45).
La
magia egizia infatti non era innocua, altrimenti non sarebbe stata perseguita
con tanto accanimento dalla Chiesa. Nelle loro cerimonie segrete, i sacerdoti di
Ra non offrivano al demone solare
esclusivamente fiori, cantici e danze innocenti e suggestive. In Heliopolis, città del sole, veniva
celebrato sistematicamente, anche attraverso la pratica dei sacrifici umani,
l’atto creativo e sessuale di Atum-Ra, l’astro creatore che oscurando
le forze precosmiche avrebbe dato luogo all’universo attraverso una sacra
ierogamia. Non per niente nella storia successiva di Israele il culto solare
continuò ad affiorare periodicamente nelle credenze del popolo eletto,
suscitando la collera divina.
Oltre
all’episodio del vitello d’oro (Es 32), simbolo della divinità solare egizia, le
Sacre Scritture narrano il contrasto fra il re Giosia ed i cultori Baal, demone solare celebrato con
pratiche idolatriche e licenziose (2 Re, 23, 5). Giosia pertanto:
<<rimosse i cavalli che i re di Giuda avevano consacrato al sole
all’ingresso del tempio … e diede alle fiamme i carri del sole>> (2 Re 23,
11). Peraltro, anche la disputa del profeta Elia con i quattrocentocinquanta
sacerdoti di Baal è riferibile ai
riti sacrificali connessi al culto magico del sole (cfr 1 Re, 18). Infatti, Baal, il “signore”, era l’idolo
corrispondente al principio, o seme, virile: <<considerato come il
possessore del sole>> (La Bibbia di
Gerusalemme, Gdc 2, 13, in nota).
Quando
gli ermetisti rinascimentali si riferivano al sole, intendevano mettere in
evidenza l’aspetto idolatrico, magico e cruento appena richiamato. E non certo
la splendida e benefica immagine visibile dell’astro alla quale invece si
riferisce la maggioranza delle persone. In questo senso, la dottrina
eliocentrica proposta da Copernico non costituiva una teoria puramente
scientifica. Essa infatti evocava (ed evoca) significati metafisici, pseudo
religiosi e magici ai quali si riferivano, e riferiscono occultamente i
promotori della “sapienza” ermetica epigoni non solo di Galilei. Ma soprattutto
di Giordano Bruno, il quale interpretava il modello eliocentrico come un simbolo
magico potenzialmente in grado di attivare quelle forze infere alle quali si
riferivano la caste sacerdotali egizie nei loro rituali a sfondo magico-sessuale
e che orbitavano intorno al “sacro fuoco solare”.
Nel
Poimandres, si legge infatti che:
<<Il sole ha intorno a sé molti cori di demoni, simili a eserciti di
diverso genere … che dall’alto vegliano sulle questioni degli uomini, poiché è
stata assegnata loro la regione degli uomini>> (XVII, 10). Inoltre,
<<Sotto il sole è stato ordinato il coro dei demoni, anzi molti e diversi
cori, posti sotto il comando dei quadrati degli astri, ciascuno in numero pari …
Tutti questi demoni hanno ricevuto in sorte il potere sulle vicende e sui
disordini della terra. Vi operano ogni genere di scompiglio, per le città e
popolazioni in generale e per ciascun individuo in particolare>> (XVII,
13).
La
scienza tuttavia ignora queste cronache. Essa, trascurando del tutto il lato
oscuro dell’eliocentrismo al quale abbiamo rapidamente accennato ed al quale si
riferivano Bruno ed i suoi epigoni, si concentra invece sulla sua
interpretazione scientifica patrocinata da Galilei sulla base di argomentazioni
più contraddittorie di quelle contestate, che la stessa scienza ha dimostrato
essere false ed inconsistenti. Come ad esempio il fenomeno delle maree che
Galilei erroneamente attribuiva al moto rotatorio della terra, mentre invece,
come sostenevano i Gesuiti, dipende dall’attrazione gravitazionale della luna.
Infatti, non per niente <<gli errori più grande della produzione
scientifica di Galilei nacquero proprio dalla foga eccessiva con cui egli tentò
di invocare certi fenomeni della natura come prova della rotazione
terrestre>> (A. Frova, La fisica
sotto il naso, BUR, Milano 2001, p. 73).
La
vicenda galileiana è tuttavia nota, così come il suo sfruttamento da parte di
quei settori
anticlericali che sostenevano ed incoraggiavano lo scienziato pisano a mettere
in cattiva luce non solo la cosmologia e teologia scolastica, ma anche il cuore
dogmatico della dottrina e della religione cattolica. Certo, non sono mancate
voci importanti che hanno giustamente cercato di ridimensionare fatti e
circostanze relativi alla polemica che vide contrapposti alcuni esponenti delle
gerarchie cattoliche e Galileo Galilei. Tra le tante testimonianze, quella
autorevole di Benedetto XVI che, ancora Cardinale, citò testualmente Bloch:
<<con il suo marxismo romantico>>, il quale scrisse che: <<il
sistema eliocentrico – così come quello geocentrico – si fonda su presupposti
indimostrabili>>.
Ratzinger
nel corso di quel memorabile intervento, recentemente molto contestato dai
fisici romani dell’Università della Sapienza, riferì che secondo Bloch:
<<il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non
consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto
nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo>>. Il Cardinale proseguì
chiamando in causa l’agnostico P. Feyerabend, il quale ammise una verità in
genere sottaciuta. Ossia che:
<<La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo
stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali
della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta,
e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la
revisione>>
(J.
Ratzinger, La crisi della fede nella
scienza, tratto da: Svolta per
l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa del rivolgimento, Ed. Paoline, Roma
1992, pp. 76-79). Ratzinger concluse
il suo intervento chiamando in causa
C. F. Von Weizsacker, il quale collegò direttamente e senza
mezzi termini la scienza di Galileo con la bomba atomica.
Per
quanto riguarda l’osservazione di Bloch, citata da Ratzinger, è necessaria una
puntualizzazione. Non è vero infatti che la teoria di Copernico apportasse una
semplificazione nei calcoli astronomici. Infatti, gli epicicli utilizzati da
Tolomeo per spiegare il moto retrogrado dei pianeti non vennero eliminati
dall’ipotesi eliocentrica, che postulava addirittura un terzo moto di
declinazione della Terra, oltre a quelli di rotazione e rivoluzione. Le tabelle
fornite da Copernico (1473 – 1543) peraltro non funzionavano perché riferite ad
orbite circolari. Solo un centinaio d’anni dopo, quando Keplero (1571 – 1630)
ipotizzò orbite ellittiche, i calcoli cominciarono ad essere attendibili. Ma non
solo.
Anche
ai nostri giorni, come afferma il fisico francese J. M. Lévy–Leblond: <<i
calcoli molto sofisticati delle traiettorie seguite dalle nostre sonde spaziali
sono effettuati davvero all’interno di un contesto in cui la Terra è giustamente
considerata immobile, anche cinque secoli dopo Copernico. La scienza moderna,
più raffinata di quanto vorremmo ammettere, non ha sostituito il geocentrismo
con l’eliocentrismo, ma con il policentrismo>>
(La
velocità dell’ombra – Ai limiti della scienza,
Codice Edizioni, Torino 2007, p. 156). La teoria copernicana pertanto non
produsse: <<nessun progresso nella precisione dell’osservazione, come pure
negli strumenti matematici o nella fisica. La teoria geocentrica e quella
eliocentrica rendono conto senza dubbio egualmente dei fenomeni, sono
equivalenti dal punto di vista dell’osservazione>>
(J.
P. Verdet, Storia dell’astronomia,
Longanesi, Milano 1995, pagina 78).
Al
di là di ogni intento polemico, è tuttavia doveroso segnalare che i molteplici
luoghi comuni che investono la rivoluzione eliocentrica copernicana sono così
diffusi ed infondati, che anche un filosofo del calibro di Karl Popper è giunto
alla conclusione che: <<La rivoluzione copernicana, dunque, non prende le
mosse da delle osservazioni, ma da un’idea di carattere religioso o
mitologico>>
(K.
Popper, Congetture e confutazioni, Il
Mulino, Bologna 1972, pagina 177). Questa osservazione se ben intesa diventa
addirittura rivelatrice, rispetto all’ottica comune e distorta con la quale si è
soliti interpretare la rivoluzione cosmologica avvenuta nel rinascimento. Vale a
dire, come un presunto trionfo della verità scientifica sulle fantasie
metafisiche che popolarono la visione geocentrica durante il lungo corso dei
secoli medievali.
Popper
infatti dopo la sua dettagliata analisi circa l’avvento della scienza moderna,
conclude che alla base della rivoluzione eliocentrica non vi furono delle
motivazioni scientifiche derivanti da esigenze scientifiche, come abbiamo
cercato di evidenziare nel corso del nostro intervento. Ma questo cambio di
“paradigma”, per dirla alla Khun, prese avvio da motivazioni ideologiche a
sfondo religioso o mitologico. La
religiosità alla quale allude Popper non può che essere quella che abbiamo
indicato nel corso di questo intervento. Ossia, pitagorica-egizia. Peraltro, è
risaputo che i pitagorici annoveravano tra i loro insegnamenti esoterici proprio
il modello eliocentrico del “sacro fuoco centrale”, rappresentato simbolicamente
da un punto inscritto in un cerchio, 8,
e denominato “occhio del sole” <<presente là dove era conservato il più
grande di tutti i segreti>> (L. Gardner, I segreti della massoneria – L’ombra di
Salomone, Newton Compton Editori, Roma 2006, p 338).
A
ben vedere, allora, si delineano indicazioni di una inattesa, ma ben possibile
consonanza fra l’antica fede pitagorico-egizia e la nuova scienza induttiva
sorta sulle sponde dell’Arno in epoca rinascimentale. Entrambe confluivano nel
modello eliocentrico copernicano, che infatti possiede un volto pubblico e
razionale (scientifico), ed uno riservato e magico (dottrinale). Scienza
apparente e dottrina mascherata, dunque, in puro stile pitagorico. Non solo
Galileo e Keplero, infatti. Ma anche Bruno e Campanella furono sostenitori
accaniti di Copernico e dell’antica dottrina eliocentrica, per non dire
eliolatrica.
L’umanesimo
ed il rinascimento rappresentano pertanto momenti unici di particolare
complessità all’interno dei quali si delinearono e <<videro il trionfo
pseudo scienze come l’alchimia e la magia>> (B. Mondin, Epistemologia cosmologia, Edizioni
Studio Domenicano, Bologna 1999, pag. 15). Alexandre Koyré conferma questo punto
di vista, ammettendo che: <<Il Rinascimento è un’epoca in cui la
superstizione più grossolana e più profonda, la credenza nella magia e nella
stregoneria si è estesa in una maniera prodigiosa ed è stata infinitamente più
diffusa che nel Medioevo>> (in P. Zambelli, L’ambigua natura della magia – Filosofi,
streghe, riti nel Rinascimento, Marsilio, Venezia 1996, p. 129).
Nessuna
meraviglia allora se all’interno dell’atanor culturale frammisto di ragione e
superstizione che caratterizzò il periodo rinascimentale, trovarono spazio
persino personaggi di primo piano nell’ambito della scienza sperimentale, del
calibro di Robert Boyle, appartenenti alla prestigiosa accademia scientifica Royal Society londinese. Costoro infatti
nonostante la professione esterna del “credo” positivistico e scientifico:
<<non avevano alcun dubbio sul fatto che spiriti disincarnati, streghe e
demoni producessero degli effetti sul mondo della natura>> (S. Shapin, La rivoluzione scientifica, Einaudi,
Torino 2003, p. 34).
Persino
lo stesso Kant poco dopo non esitò a dichiarare che: <<Si giungerà un
giorno a dimostrare che l’anima umana vive in una stretta unione con le nature
immateriali del mondo degli spiriti; che questo mondo agisce sul nostro e gli comunica impressioni profonde>>
(Citato in F. M. Dermine, Mistici
veggenti e medium – Esperienze dell’aldilà a confronto, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano, 2002, p. 60, nota 92). Parole tristemente
profetiche queste, che, purtroppo, rispecchiano la nostra contraddittoria epoca
così intrisa di tecnologia, scienza. Ma anche e soprattutto di elementi
irrazionali e magici dei quali l’uomo comune, governato e manipolato
“mediaticamente”, non riesce nemmeno ad avvertire, pur essendo ben deciso nel
negarne la presenza.
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