Apologia della Tradizione
Roberto de Mattei - Lindau, Torino 2011, pp. 164, € 16

Se il 20 dicembre 2010 Benedetto XVI ha paragonato l’attuale situazione della Chiesa a quella che, quindici secoli fa, precedette il crollo dell’Impero Romano, è doveroso notare che esistono cause interne e cause esterne: il mondo secolarizzato da un lato, la debolezza interna dall’altro. E la causa di quest’ultimo male ha un suo fondamento anche e soprattutto nel Concilio, che segnò un momento di rottura (tanto che il Papa stesso ha proposto, per sanare questo vulnus, di applicare l’esegesi della continuità, confermando l’esistenza di un’interpretazione nel segno contrario, cioè della discontinuità).
L’autore inizialmente ripercorre la storia della Chiesa evidenziando i vari casi in cui alcuni papi commisero errori, fino a macchiarsi di eresia o almeno a favorirla, da Onorio I, vicino al monofisismo, al simoniaco Benedetto X, che venne deposto e processato; dalla debolezza di Pasquale II, che però fece autocritica – ammettendo quindi un proprio errore – per aver concesso all’Imperatore Enrico V privilegi (definiti “pravilegi” dai vescovi contemporanei) alla rilassatezza dei costumi di Innocenzo VIII e Alessandro VI che causarono indirettamente lo scisma protestante, come suggerisce lo stesso storico dei Papi, Ludwig von Pastor.
In tempi più recenti, san Pio X con l’enciclica Pascendi individuò gli errori interni alla Chiesa (come il Sillabo aveva individuato quelli esterni). Quindi si sofferma sulle conseguenze del Concilio, da molti percepito come «una sorta di spartiacque che divideva in due la storia della Chiesa e dell’umanità: prima e dopo il Vaticano II» (p. 83), ricordando le amare parole pronunciate nel 1985 dall’allora card. Ratzinger: «i risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI».
La Chiesa è tornata ad essere una minoranza, per di più vittima di un dissenso interno che da “autocritica” è divenuto “autodistruzione” (sono parole di Papa Montini). Ma come riconoscere gli eventuali errori? La pietra di paragone non può che essere la Tradizione, intesa come insegnamento che sta alla base della Chiesa e tramandato agli Apostoli durante i quaranta giorni che intercorsero tra la Resurrezione e l’Ascensione: in quel periodo vennero date agli Apostoli spiegazioni e ulteriori istruzioni, non essendo concepibile che Gesù risorto non abbia avuto lunghi dialoghi con i suoi.
La Tradizione, quindi, precede la stesura dei Vangeli: nei primi decenni di vita la Chiesa si basò unicamente sulla Tradizione, cioè sugli insegnamenti diretti di Cristo e sui suggerimenti della Madonna, Mater Ecclesiae.
«Tutti i Padri della Chiesa sono concordi su questo punto: la Tradizione è la dottrina apostolica in quanto è stata trasmessa dalle generazioni successive ed è giunta inalterata sino a noi. L’eresia, per i Padri, è ciò che è “nuovo” e dalla Tradizione si discosta» (p. 99). Rifiutato dalla riforma protestante per il principio della “sola Scriptura”, il rispetto della Tradizione viene confermato dal Concilio di Trento, che valorizza il ruolo della Chiesa discente (i fedeli) a fianco della Chiesa docente (i Pastori). Inoltre non va confusa con il Magistero, cioè l’insegnamento della Chiesa, che dipende dalla Tradizione ed è chiamato a discernerla ed esprimerla (p. 108), ma non a interpretarla soggettivamente. Insomma «in ordine di importanza decrescente, prima viene la Tradizione, quindi la Chiesa e successivamente il Magistero, che è un “potere” che la Chiesa esercita per perpetuare la Tradizione» (p. 112).
Dopo questa lunga, ma necessaria premessa, l’autore affronta il problema del rapporto tra Tradizione e Concili o Sinodi: questi ultimi sono infallibili? «Nessun Concilio, neppure Trento o il Vaticano I, è più alto della Tradizione» (p. 134); di conseguenza è inammissibile qualsiasi tipo di “novità” introdotta dal Magistero, ma solo un “progresso” dall’implicito all’esplicito (come nella proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione). E il Magistero del Vaticano II? Esso è «ordinario, autentico e supremo e come tale merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione, ma non è magistero infallibile, non perché il Magistero ordinario non possa essere infallibile, ma perché esso è infallibile solo quando conferma verità, non quando introduce novità pastorali o dottrinali» (p. 141).
La stessa già ricordata “ermeneutica della continuità” proposta da Benedetto XVI indica l’adesione alla Tradizione quale criterio interpretativo del Concilio, che non può (né potrebbe) trovare in se stesso alcun principio di infallibilità.
E Roberto de Mattei conclude il suo illuminante saggio, chiedendosi se, in un’epoca di confusione come quella in cui viviamo, non sia necessaria una chiarificazione esplicita, un elenco degli errori correnti, un nuovo Sillabo, per eliminare quegli equivoci, ermeneutici e non, oggi presenti all’interno della Chiesa.
(RC n. 73 - Aprile 2012)
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APOLOGIA DELLA TRADIZIONE. Un importante saggio di Roberto de Mattei - di Piero Vassallo
In un saggio pubblicato recentemente dalla torinese Lindau, de Mattei contribuisce al chiarimento dimostrando che la fedeltà alla Tradizione è compatibile con una lettura severamente critica dei documenti conciliari.
Un importante saggio di Roberto de Mattei
di Piero Vassallo
Conclusi i lavori del Concilio Vaticano II, il cardinale Giuseppe Siri rientrò nella sua sede arcivescovile, stremato dalle interminabili e irritanti discussioni con i teologi tedeschi, belgi e olandesi, ma convinto che i Documenti del Concilio, quantunque verbosi e sfuggenti, non avrebbero alterato la fede di sempre.
Siri era invece allarmato dall'euforia generata, nell'animo dei padri conciliari, dalle illusioni intorno alla docibilità del pensiero moderno. Inoltre era spaventato dall'opinione, condivisa purtroppo da molti vescovi, circa l'opportunità di abbassare le difese immunitarie delle quali era stato dotato il Magistero.
A numerosi vescovi l'intransigenza sui princìpi sembrava non più necessaria, visto che gli erranti stavano già correggendo i propri errori (lo aveva sostenuto Giovanni XXIII nell'allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia).
Un irresistibile abbaglio/miraggio rappresentava il pensiero moderno in cammino verso la verità e la mansuetudine, e nel suo lampeggiare alimentava l'illusione di un felice unitivo accordo tra Chiesa e mondo.
Siri prevedeva l'inevitabile e non lontano sfascio del regime sovietico, mentre la maggioranza conciliare pronosticava seriamente una lunga sopravvivenza dell'Urss e sosteneva pertanto la necessità del compromesso.
Nella fase storica, da Siri annunciata già negli anni cinquanta, la filosofia moderna era profondamente alterata dalla riemersione della tenebrosa eresia gnostica e dalla inesorabile irruzione del delirio esoterico nelle scolastiche sedicenti razionaliste.
La metamorfosi gnostica rovesciava il trionfalismo rivoluzionario nel nichilismo di un Alexandr Kojève, mentre un ingiustificato irenismo eccitava gli interlocutori cattolici in dialogo con la mutante cultura degli atei.
Nel 1966 Siri fondò la rivista Renovatio, affidandone la direzione in un primo tempo a mons. Luigi Rossi e in seguito a Gianni Baget Bozzo, che fu ordinato sacerdote nel 1967.
La rivista di Siri, nel titolo, dichiarava la fiducia nel possibile rinnovamento della Chiesa, negli articoli pubblicati denunciava il regresso del pensiero moderno alle torbide fonti dello gnosticismo e metteva sull'avviso i protagonisti dello spericolato dialogo unitivo [unitivo della verità cattolica con l'errore neognostico].
In sostanza Siri accettava (con marginali e ragionevoli riserve) i documenti del Concilio Vaticano II, ma denunciava il disarmante e autolesionistico irenismo incautamente associato all'evento conciliare.
I dubbi sui documenti del Vaticano II cominciarono a circolare negli anni Settanta, prima per effetto della amara dichiarazione di Paolo VI sul fumo di satana nella Casa del Signore (29 giugno 1972) in seguito per la stroncatura della teologia rahneriana compiuta dal più grande pensatore cattolico del XX secolo, padre Cornelio Fabro (cfr. "La svolta antropologica di Karl Rahner", Milano 1974).
In un altro saggio ("L'avventura della teologia progressista" ) padre Fabro aveva elencato i deliri teologici e le spaventose bestialità in qualche modo ispirate dal teologo tedesco.
Rahner era stato un protagonista del Vaticano II, la confutazione della sua teologia e la messa alla berlina della sua scolastica suggerivano pertanto il sospetto e l'avvio della ricerca di impronte rahneriane nei documenti conciliari.
In una prima fase la critica fu esercitata soltanto dalla Fraternità San Pio X, fondata da Marcel Lefevre. In anni recenti, al seguito delle indicazioni di Fabro e sottraendosi alla suggestione catastrofista, Brunero Gherardini, Paolo Pasqualucci e Roberto de Mattei hanno compiuto un puntiglioso ma imparziale esame dei documenti del Vaticano II e dei soggiacenti stati d'animo, dimostrando l'oscillazione di alcuni testi tra la deviante teologia rahneriano e la dottrina ortodossa.
Intanto Benedetto XVI, aveva lanciato una sfida alla mitologia intorno alla svolta epocale attuata dal Concilio, stabilendo che il Vaticano II si deve leggere alla luce della continuità con la tradizione.
In un saggio pubblicato recentemente dalla torinese Lindau, de Mattei contribuisce al chiarimento dimostrando che la fedeltà alla Tradizione è compatibile con una lettura severamente critica dei documenti conciliari.
De Mattei riconosce senza difficoltà che "i Concili generali, approvati da Papa non possono errare, quando si rivolgono alla Chiesa universale ed esprimono l'intenzione di definire una verità, anche attraverso la censura di eresia o la scomunica comminata nei confronti di chi sostiene l'opinione contraria". Ma aggiunge che, in assenza di una dichiarata volontà definitoria, "l'insegnamento di un Concilio non può essere ritenuto infallibile, a meno che esso non confermi pronunciamenti dottrinali precedenti".
De Mattei riconduce la mitologia intorno al Concilio alla terra del realismo. Alla luce degli ingenti saggi di de Mattei, nei documenti del Vaticano II si leggono infatti definizioni che confermano pronunciamenti precedenti, fatto che obbliga a condividere l'opinione di chi (padre Giovanni Cavalcoli, ad esempio) sostiene che nei documenti conciliari i criticabili testi "pastorali" si alternano ai testi dogmatici.
Se non che alla condivisibile tesi non è ancora associato un indice o catalogo elaborato per chiarire la differenza tra documenti e/o sentenze pastorali e documenti e/o sentenze dogmatiche. La compilazione di questo catalogo è l'oggetto della supplica che i tradizionalisti rivolgono umilmente all'unica autorità capace di tanto, Sua Santità Benedetto XVI.
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PIO XII E IL CONCILIO VATICANO II - di Piero Vassallo
Luci e ombre
La memoria del contributo di Pio XII alla preparazione del Concilio Vaticano II è l'argomento sviluppato egregiamente dagli autori (Nicola Bux, Peter Gumpel, Alexandra von Teffenbach, Emilio Artiglieri) degli interventi al convegno "Sulla via del Concilio Vaticano II: la preparazione sotto Pio XII", ora raccolti nel volume "Pio XII e il Concilio", edito in questi giorni da Cantagalli nella agitata e tormentata città del Monte dei Paschi.
E' fuori di dubbio che Pio XII ha anticipato e motivato quelle che saranno le sacrosante intenzioni del Concilio Vaticano II, un fatto che gli autori del volume opportunamente documentano.
Von Teuffenbach sostiene legittimamente che "non è neppure pensabile un Concilio Vaticano II senza considerare il Magistero di Pio XII. Il Concilio Vaticano II riporta nei suoi documenti un numero impressionante di citazioni da questo Magistero, seconde solo alle citazioni della Sacra Scrittura".
Monsignor Nicola Bux, dal suo canto, non può essere smentito quando conclude il suo intervento affermando che "Pio XII fu un papa riformatore che promosse lo sviluppo della liturgia con gradualità, per agevolare l'accettazione da parte dei fedeli. La dottrina della Chiesa quale corpo unito a Cristo e quella del culto integrale, cioè dell'intero corpo di Cristo, capo e membra, sono inscindibili: merito della riforma avviata dal grande Pontefice che ha preparato il Vaticano II".
Le buone intenzioni sono peraltro leggibili fra le righe dei documenti conciliari. Vero è che Monsignor Brunero Gherardini, un teologo immune dal buonismo, ha riconosciuto che: “Il respiro soprannaturale è tutt’altro che assente dal Vaticano II grazie alla sua aperta confessione trinitaria, alla sua fede nell’incarnazione e redenzione universale del Verbo, al radicato convincimento circa l’universale chiamata alla santità, alla riconosciuta e professata causalità salutare dei sacramenti, alla sua alta considerazione del culto liturgico ed eucaristico in special modo, alla sacramentalità salvifica della Chiesa, alla devozione mariana teologicamente alimentata ” [1].
Monsignor Gherardini non si nasconde tuttavia, che l'esorbitanza dell'ammirazione nutrita da teologi modernizzanti davanti all'immaginario mondo nuovo edificato dalle ideologie, ha spalancato le porte della Chiesa a “Un ottimismo superficiale e malaccorto, in contraddizione a prudenza e carità, trasse inaspettatamente conseguenze inaudite dal fatto che tutte le genti costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine perché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra ed hanno pure un solo fine ultimo, Dio” [2].
Purtroppo l'immotivata ammirazione/confusione davanti al "moderno" ha lasciato nei documenti conciliari una traccia non conforme all'insegnamento di Pio XII.
Di qui la fragilità di alcuni testi conciliari, che sono finalmente criticati da Benedetto XVI, il quale, a proposito della Gaudium et Spes, ha affermato: "Dietro l'espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l'età moderna. Questo non è riuscito nello schema XIII. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del mondo e dia rilevanti contributi sulla questione dell'etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale".
Benedetto XVI ha indicato altresì i limiti della Nostra aetate, rammentando che nel processo di recezione del Concilio ecumenico Vaticano II "è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un'ampia portata, per questo sin dall'inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l'interno sia verso l'esterno della religione".
Il prezioso lavoro degli studiosi che documentano il decisivo contributo di Pio XII alla elaborazione del progetto conciliare, oltre che ristabilire una verità storica, è un incoraggiamento rivolto ai teologi e agli studiosi (mons. Gherardini, Paolo Pasqualucci, Roberto De Mattei) che stanno lavorando alla pulitura delle ragnatele modernistiche deposte sui documenti del Vaticano II da teologi che vedevano lo splendore della novità nella decomposizione delle decrepite ideologie.
[1] Cfr.: “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, Fede e Cultura, Verona 2009, pag. 78
[2] Cfr.: “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, Fede e Cultura, Verona 2009, pag. 31
Ultimo aggiornamento Domenica 10 Febbraio 2013 16:25
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PASSIO CHRISTI, PASSIO ECCLESIAE - di Piero Vassallo
Le disorbitanze delle scolastiche cattoliche
di Piero Vassallo
Il cardinale Giuseppe Siri comprese l'assoluta infondatezza dell'ottimismo in circolazione nell'aula conciliare ed avvertì tempestivamente che dell'ideologia comunista (e dell'intera filosofia moderna) si stava impossessando la scolastica francofortese, impegnata a trasformare l'ateismo scientifico di Marx in una religione perfettamente capovolta e perciò irriducibile al dialogo con la verità cattolica. Il grande arcivescovo fondò la rivista Renovatio, per indicare la via d'uscita dallo stato d'animo conformista e dai suoi tortuosi percorsi: la comprensione dell'arretramento del pensiero laico alla superstizione nichilista.
di Piero Vassallo
Dalla lettura dell'opera di Romano Amerio, monsignor Brunero Gherardini deduce l'evidenza dell'unicità della passione di Cristo e della Chiesa, "unico essendo il martirio che, nella corsa del tempo, s'accanisce sul Cristo mistico con quella medesima virulenza con cui a suo tempo s'accanì contro le carni immacolate del Cristo fisico" (Cfr.: Aa. Vv. Passione della Chiesa. Amerio e altre vigili sentinelle, Il Cerchio, Rimini 2011, pag. 21).
Causa della passio Ecclesiae, che si rinnova dopo il Concilio Vaticano II, è l'illusione di poter trovare un'intesa con il pensiero dei moderni apostati. Tale infondata speranza, si è impadronita di una parte della gerarchia, trascinandola nel gorgo del più disarmante ottimismo-buonismo.
Sostiene Gherardini: "Qualcosa di più sottile e di più diabolico [della persecuzione cruenta, che, peraltro il mondo moderno non fa mancare ai fedeli] stringe la Chiesa in una strozza mortale, nell'intento di soffocare il rapporto della mistica Sposa con lo Sposo celeste, d'aprirla all'amplesso neomodernistico e soffocante della cultura contemporanea pacificandola con essa e con il mondo totus in maligno positus (1Gv 5,9)".
L'idea della pace con il mondo è penetrato nel candido e incolpevole ottimismo del Beato Giovanni XXII. Nell’Allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, papa Roncalli, forse consigliato da teologi avventurosi, suggerì due opposti indirizzi: un Concilio finalizzato alla risoluta, intransigente conferma dei dogmi, “il Concilio deve condurre ad un sempre più intenso rafforzamento della fede”, e un Concilio orientato ad evitare la condanna degli errori moderni, visto che “ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli”.
Il cardinale Giuseppe Siri comprese l'assoluta infondatezza dell'ottimismo in circolazione nell'aula conciliare ed avvertì tempestivamente che dell'ideologia comunista (e dell'intera filosofia moderna) si stava impossessando la scolastica francofortese, impegnata a trasformare l'ateismo scientifico di Marx in una religione perfettamente capovolta e perciò irriducibile al dialogo con la verità cattolica. Il grande arcivescovo fondò la rivista Renovatio, per indicare la via d'uscita dallo stato d'animo conformista e dai suoi tortuosi percorsi: la comprensione dell'arretramento del pensiero laico alla superstizione nichilista.
Al fine di rinnovare l'ideologia comunista i francofortesi, infatti, avevano trovato sostegno nell’esperienza gnostica del mondo e perciò rammentavano che nel linguaggio dell’eresia, cosmo vuol dire anche ordine e legge, “ma il segno che questi vocaboli possiedono in greco viene invertito. L’ordine diventa l’ordinamento rigido e ostile, la legge diventa la legislazione tirannica e malvagia. ... Il limite che nello schema cosmologico antico era garante dell’ordine armonico, nell’esperienza gnostica diventa la barriera esteriore che bisogna superare”.
Di qui il rovesciamento della dottrina della salvezza nell'assoluta empietà: “Il concetto di Aldilà nel linguaggio gnostico possiede un significato evidente. L’Aldilà è il luogo del Dio oltremondano, che è concepito come un contro-principio rispetto al mondo. I predicati gnostici di Dio – inconoscibile, innominabile, indicibile, illimitato, non esistente ecc. – sono predicati negativi. Devono essere intesi come negazione del mondo e determinano polemicamente l’opposizione del Dio oltremondano nei confronti del mondo”.
Alla luce della novità rappresentata dal nichilismo francofortese, la ricerca del dialogo si riduceva all'affannoso inseguimento di una chimera.
Le c. d. avanguardie cattoliche si sono estenuate nel tentativo di evangelizzare un sistema filosofico in rovinosa fuga da se stesso.
Animata da un giudizio irrealistico e ingannevole, la rincorsa del marxismo mutante ha suggerito l'abbandono della filosofia tomista, ha impoverito la liturgia e ha alterato la teologia.
Matteo D'Amico al proposito rammenta le conseguenze esiziali della rinuncia alla dottrina di San Tommaso e dimostra che la passio Ecclesiae ha origine dal cedimento a una concezione dell'essere, dell'Assoluto e della verità di tipo hegeliano, immanentistico, dialettico, storicistico, segnata dal primato del divenire e del negativo.
Quando si riflette sulle omelie del cardinale Siri e sui saggi di Julio Meinvielle, Gianni Baget Bozzo, Ennio Innocenti e Massimo Borghesi, che dimostrano il decisivo influsso dello gnosticismo nella filosofia di Hegel, diventa facile valutare la potenza dell'abbaglio che ha dominato il dialogo dei teologi progressisti con il mondo moderno.
Opportunamente padre Cavalcoli rammenta il rovesciamento della dialettica del peccato e della redenzione attuato da Karl Rahner e il suo disastroso effetto nella coscienza dei fedeli aperti alla novità: "Il peccato esiste, dice Rahner, ma si annulla da sé, perché comunque la tendenza verso Dio è necessaria ed invincibile perché caratterizza l'essenza stessa dell'uomo. Il sì prevale sempre sul no. Da qui la convinzione di Rahner che tutti si salvano. ... Ci si può domandare: se il peccato già elimina se stesso a causa di questa dialettica fra il sì e il no a Dio, che bisogno c'è allora della redenzione di Cristo?"
La libera circolazione di errori devastanti è una delle cause del dramma cattolico in atto dopo il Vaticano II. E una causa che può essere rimossa, quando (al seguito del suggerimento del vescovo di San Marino, Luigi Negri) si riconosca apertamente che "E' giusto guardare al Concilio, interpretarlo e quindi affrontare anche coraggiosamente quei punti per cui è necessario un ulteriore approfondimento, ma certamente senza cedere alla tentazione ideologica".
Il nodo da sciogliere è appunto l'ostinata presenza di cascami ideologici come tematiche nelle culture dei fedeli. Di qui infatti discende una divisione incline a scadere nel settarismo e nel cannibalismo. L'estinzione delle ideologie, la loro discesa nel sottosuolo del nichilismo ha chiuso le falle ecumeniche aperte dall'ottimismo galoppante negli anni del Vaticano II.
I fantasmi del comunismo e dell'illuminismo liberale, purtroppo, si aggirano ancora in associazioni autistiche consacrate alla contrapposizione feroce o all'intesa incauta con figure della modernità sorpassate dalle nuove e più velenose tematiche.
Nelle scolastiche intitolate alla lite nel vuoto, la scarsa informazione, l'impettita autostima e la smania esibizionistica generano lo zoccolo duro della dissidenza e della rivalità fine a se stessa.
Lanciato da fronti opposti, il recente, esemplare attacco cattolico al professor Roberto De Mattei è l'emblema di una teologia indirizzata all'umiliante guerra contro l'amico.
Il rimedio all'errore infantile degli apprendisti settari è magistralmente indicato da Luigi Negri: "è la Chiesa che dobbiamo amare come il luogo dove il Signore torna continuamente presente. E' un evento unico, assolutamente irriducibile a qualsiasi altro evento della vita e della storia."
La coscienza di appartenere a Cristo nella Chiesa, sollecita i fedeli ad affrontare efficacemente il nodo della discordia: "Se si devono indicare linee di fatica e sacrificio, di dialogo e confronto anche duro, ciò deve essere fatto, ma nel tentativo di cercare di mettere il Concilio dentro il flusso della vita della Chiesa che vuole rendere possibile oggi l'incontro fra Cristo e il cuore dell'uomo".
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di Piero Vassallo, da Riscossa Cristiana (10/02/2013)
La memoria del contributo di Pio XII alla preparazione del Concilio Vaticano II è l’argomento sviluppato egregiamente dagli autori (Nicola Bux, Peter Gumpel, Alexandra von Teffenbach, Emilio Artiglieri) degli interventi al convegno “Sulla via del Concilio Vaticano II: la preparazione sotto Pio XII”, ora raccolti nel volume Pio XII e il Concilio, edito in questi giorni da Cantagalli nella agitata e tormentata città del Monte dei Paschi.

È fuori di dubbio che Pio XII ha anticipato e motivato quelle che saranno le sacrosante intenzioni del Concilio Vaticano II, un fatto che gli autori del volume opportunamente documentano.
Von Teuffenbach sostiene legittimamente che “non è neppure pensabile un Concilio Vaticano II senza considerare il Magistero di Pio XII. Il Concilio Vaticano II riporta nei suoi documenti un numero impressionante di citazioni da questo Magistero, seconde solo alle citazioni della Sacra Scrittura”.
Monsignor Nicola Bux, dal suo canto, non può essere smentito quando conclude il suo intervento affermando che “Pio XII fu un papa riformatore che promosse lo sviluppo della liturgia con gradualità, per agevolare l’accettazione da parte dei fedeli. La dottrina della Chiesa quale corpo unito a Cristo e quella del culto integrale, cioè dell’intero corpo di Cristo, capo e membra, sono inscindibili: merito della riforma avviata dal grande Pontefice che ha preparato il Vaticano II”.
Le buone intenzioni sono peraltro leggibili fra le righe dei documenti conciliari. Vero è che Monsignor Brunero Gherardini, un teologo immune dal buonismo, ha riconosciuto che: “Il respiro soprannaturale è tutt’altro che assente dal Vaticano II grazie alla sua aperta confessione trinitaria, alla sua fede nell’incarnazione e redenzione universale del Verbo, al radicato convincimento circa l’universale chiamata alla santità, alla riconosciuta e professata causalità salutare dei sacramenti, alla sua alta considerazione del culto liturgico ed eucaristico in special modo, alla sacramentalità salvifica della Chiesa, alla devozione mariana teologicamente alimentata ” [1].
Monsignor Gherardini non si nasconde tuttavia, che l’esorbitanza dell’ammirazione nutrita da teologi modernizzanti davanti all’immaginario mondo nuovo edificato dalle ideologie, ha spalancato le porte della Chiesa a “Un ottimismo superficiale e malaccorto, in contraddizione a prudenza e carità, trasse inaspettatamente conseguenze inaudite dal fatto che tutte le genti costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine perché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra ed hanno pure un solo fine ultimo, Dio” [2].
Purtroppo l’immotivata ammirazione/confusione davanti al “moderno” ha lasciato nei documenti conciliari una traccia non conforme all’insegnamento di Pio XII.
Di qui la fragilità di alcuni testi conciliari, che sono finalmente criticati da Benedetto XVI, il quale, a proposito della Gaudium et Spes, ha affermato: “Dietro l’espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Questo non è riuscito nello schema XIII. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del mondo e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale”.
Benedetto XVI ha indicato altresì i limiti della Nostra aetate, rammentando che nel processo di recezione del Concilio ecumenico Vaticano II “è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata, per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno della religione”.
Il prezioso lavoro degli studiosi che documentano il decisivo contributo di Pio XII alla elaborazione del progetto conciliare, oltre che ristabilire una verità storica, è un incoraggiamento rivolto ai teologi e agli studiosi (mons. Gherardini, Paolo Pasqualucci, Roberto De Mattei) che stanno lavorando alla pulitura delle ragnatele modernistiche deposte sui documenti del Vaticano II da teologi che vedevano lo splendore della novità nella decomposizione delle decrepite ideologie.
NOTE
[1] Cfr.: “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, Fede e Cultura, Verona 2009, pag. 78
[2] Cfr.: “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, Fede e Cultura, Verona 2009, pag. 31
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ABBAGLI E ILLUSIONI ALLA VIGILIA DEL CONCILIO VATICANO II
– 28 ottobre 2011Posted in: Articoli pubblicati
di Piero Vassallo
Nella seconda metà degli anni Cinquanta, solo gli esponenti cattolici fedeli alla dottrina ortodossa e perciò indenni dall’influsso della chiacchiera giornalistica, osavano proporre una interpretazione realistica e anticonformistica dei segni del tempi, nei quali si contemplava l’inarrestabile movimento sovietico di liberazione dell’umanità. “Liberazione” che Pio XI aveva puntualmente definito “rimedio peggiore del male”.
Esponenti e guide della minoranza refrattarie alle illusioni e ai miraggi di giornata erano i cardinali Ernesto Ruffini, Alfredo Ottaviani e Giuseppe Siri, e i filosofi Cornelio Fabro, Antonio Messineo, padre Julio Meinevielle, Michele Federico Sciacca e Augusto Del Noce.
Alcuni di loro previdero la metamorfosi nichilista della dottrina di Marx. Il card. Siri, in una conversazione con padre Candido Capponi, annunciò addirittura lo sfacelo dell’Unione sovietica. Padre Meinvielle rivelò la presenza di suggestioni neognostiche operanti nel cuore dell’avanguardia atea. Altri si resero conto che nel pensiero francofortese era in atto la metamorfosi nichilistica della libertà immaginata dagli insorgenti contro la morale cristiana e il diritto naturale.
Dal suo canto Fabro dimostrò che solamente la filosofia di San Tommaso d’Aquino era in grado di sopravvivere alle catastrofi mentali accadute nel xx secolo.
Fedeli all’insegnamento dell’enciclica Humani generis di Pio XII, i difensori dell’ortodossia erano convinti dell’irriducibilità del pensiero moderno al Vangelo. Pertanto essi rimanevano saldi nella tradizionale opposizione della fede al mondo.
Purtroppo gli avvertimenti degli anticonformisti ebbero una mediocre accoglienza in un ambiente già alterato e flagellati da incontrollabili stati d’animo: infondata stima delle idee professate dall’avversario, rispetto umano, tracotante faciloneria, ridicola ammirazione della propria apparente attualità, insofferenza dell’autorità di Pio XII.
Misura della demenziale anarchia strisciante fra i cattolici modernizzanti è la confessione di Giuseppe Alberigo, il quale confidò (a un giornalista del Corriere della Sera) di aver recitato (insieme con un frate benedettino!) il rosario per invocare la morte di Pio XII, giudicato ingombro sulla via del rinnovamento cattolico.
La vera causa dell’appiattimento, in scena nell’area cattolica durante gli anni del pre-concilio, è stata rivelata da Cornelio Fabro “L’attività frenetica dei mezzi di comunicazione, l’invasione della società del benessere, l’affievolimento degli interessi speculativi, lo studio diretto dei classici del pensiero contrastato da una valanga di enciclopedie, dizionari e pubblicazioni di facile volgarizzazione e di altrettanto facili illusioni: tutte queste cose hanno non solo stordito il pubblico dei fedeli ma intimorito la stessa autorità, che ha dato l’impressione di non essere sempre in grado di fronteggiare con nuove proposte siffatto cataclisma, tuttora in atto” (Cfr. “Introduzione a san Tommaso”, Ares, Milano, 1997, pag. 286).
I tamburi dei giornalisti di grido (ad esempio Raniero La Valle, Sergio Zavoli, Giancarlo Vigorelli, Piero Pratesi) rullavano senza sosta. Priva delle necessarie difese immunitarie il popolo della dimezzata cultura cattolica era posseduto dalla convinzione dell’ineluttabile trionfo del comunismo sovietico. Il nuovo Costantino era contemplata attraverso lenti zuccherose, che oscuravano la memoria dell’olocausto ucraino (l’Holomodor) e nascondevano l’atroce presenza del gulag nei territori amministrati dal buon Kruscev.
Ingannato dalla diceria dei giornalisti e dei teologi da loro aggiornati, perfino il Beato Giovanni XXIII fu vittima dell’abbaglio e confidò a padre Roberto Tucci di giudicare Kruscev animato da buone intenzioni. (Cfr.: Roberto De Mattei, “Il Concilio Vaticano II Una storia mai scritta”, Lindau, Torino 2010, pag. 286).
La fine dell’età costantiniana era annunciata con squilli “teologici” intonati alla festosa preparazione del compromesso col vincitore sovietico. Non a caso Giuseppe Dossetti, futuro segretario del card. Giacomo Lercaro, uno fra i più risoluti esponente dei progressisti attivi nel Vaticano II, durante gli anni Quaranta e Cinquanta fu il capo di una corrente democristiana favorevole all’apertura ai comunisti.
La maggioranza del clero e del laicato militante seguiva le indicazioni di Jacques Maritain, un autore che si era formato nel movimento di Charles Maurras e Henri Massis.
Negli anni della sua attività nella destra francese, Maritain aveva scritto alcuni saggi che fanno tuttora parte della buona biblioteca cattolica, ad esempio “Antimoderno” e “Tre riformatori Lutero, Cartesio, Rousseau”. Opere al loro tempo ammirate dai giovani lettori Giovanni Battista Montini e Giuseppe Siri.
Nel saggio “Umanesimo integrale“, Maritain, invece, considera uno scenario opposto e sostiene la presenza di ragioni cristiane nel cuore delle rivoluzioni moderne. Una tesi che fu in seguito tradotta nella strategia del compromesso storico.
La tesi sulle parziali (e insufficienti) ragioni delle ideologie è ovvia, ma sa completata dall’elenco delle non ragioni. Ad esempio: è vero che l’illuminismo rivendica i diritti della ragione ma è innegabile che la rivendicazione unilaterale e fanatica della ragione colpisce la fede e trascina alla ghigliottina le innocenti monache di Compiègne e di Orleans.
Forse Maritain non fu del tutto chiaro nell’esposizione della sua tesi. Forse fu troppo indulgente con le rivoluzioni di sinistra e troppo intransigente con la destra controrivoluzionaria degli anni Trenta.
Certo è che fu erronea la conseguenza che dalla sua opera trassero i lettori cattolici schierati a sinistra: essi non videro la parzialità delle ragioni e – sopra tutto – la insostenibilità delle conclusioni rivoluzionarie
L’incensato Pierre Teilhard de Chardin, il gesuita proibito, sentenziò che “Arrestare il movimento moderno è soltanto un tentativo impossibile poiché tale movimento è legato allo sviluppo stesso della coscienza umana”.
La teologia irenistica, che ispirava il progetto di moderare e accorciare la dottrina cattolica per adeguarla alle presunte istanze dell’uomo moderno, peraltro era stata confutata nel 1920 da un predecessore di Siri, il cardinale arcivescovo di Genova Tommaso Pio Boggiano.
Il puntuale giudizio dell’insigne presule rammentava che “La dottrina cristiana, espressione della verità di Dio sulla terra, non può essere né divisa ne scissa. Essa è la tonaca inconsutile, essa è tutta di un pezzo. Dio, Gesù Cristo, Chiesa, Papa, i diritti che Dio ha dato alla Chiesa e al Papa, formano un tutto unito, un complesso di cose inseparabili e, quello che è da tenersi ben presente, affatto indipendenti dalla volontà degli uomini. Volere solamente una parte di ciò che è volontà di Dio, volere solo un po’ di cristianesimo e pretendere così di stare bene con Dio, di essere chiamati suoi soldati e suoi cavalieri, è cosa impossibile. In questa materia: o tutto o niente. Il Vangelo non contiene un solo capitolo, un solo versetto, che sia una superfetazione e che possa quindi essere a nostro piacimento tolto o trascurato” (Cfr.: “Un vescovo contro la Democrazia Cristiana”, Verrua Savoia 2008.
Purtroppo le tesi degli integralisti furono travolte dall’onda alta e inarrestabile della dolcezza teologizzante. La rumorosa emergenza della teologia conformista, generata da uno stupore disarmato davanti a figure ideologiche già fatiscenti e destinate ad essere travolte e sepolte a Berlino, costituisce motivo di umiliante disagio per la memoria cattolica.
Durante gli anni Cinquanta e Sessanta il potere della suggestione era diventato a tal punto influente che perfino un uomo cauto e scrupoloso come Giovanni XXIII dichiarò ammirazione “per il meraviglioso progresso del genere umano”, in pratica per le conquiste vantate dai propagandisti della rivoluzione illusionista.
Giovanni XXIII riteneva, in buona fede, che si potesse giudicare addirittura avvenuto “l’ingresso in una nuova età, la quale, fatta salva la sacra eredità trasmessaci dalle generazioni precedenti mostra un meraviglioso progresso nelle cose che riguardano l’animo umano”.
Ora nell’Allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, papa Roncalli, forse consigliato dall’ottimismo esagerato di suggeritori intemperanti, tratteggiò due scenari divergenti: un Concilio indirizzato alla risoluta, intransigente conferma dei dogmi (“il Concilio deve condurre ad un sempre più intenso rafforzamento della fede”) e un Concilio orientato ad evitare la condanna degli errori moderni, visto che “ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli” (Cfr.: Paolo Pasqualucci, “Giovanni XXIII e il Concilio Ecumenico Vaticano II Analisi critica della lettera, dei fondamenti, dell’influenza e delle conseguenze della Gaudet Mater Ecclesia, Allocuzione di apertura del Concilio, di Giovanni XXIII”, Editrice Ichtis, Spadarolo Rn 2009).
Nel primo scenario è il fedele ritratto del Concilio Vaticano II. Nel secondo scenario sono descritte le illusioni che suscitarono estenuanti discussioni nel Concilio e rovinose fughe in avanti nel post-concilio.
Il confronto che oppone Benedetto XVI e i cattolici coerenti con l’ermeneutica della continuità ai teologi di scuola bolognese, che nel Vaticano II contemplano la rottura con l’ortodossia tradizionale e la fondazione di una chiesa modernizzante lo specchio di tali scenari.
Affermare che il Vaticano II è stato fedele alla tradizione significa pertanto rivalutare l’insegnamento di San Pio X, di Pio XII e di tutti gli altri difensori dell’ortodossia. In ultima analisi liquidare il mito modernista del concilio-evento rivoluzionario.
La dottrina e l’evento
Durante la fase più acuta della crisi postconciliare, il card. Giuseppe Siri pubblicò, nella rivista “Renovatio”, un articolo di fondo, che dava ragione del successo – apparente e momentaneo – della teologia progressista: “La Chiesa cattolica ha vinto le eresie, ma ha ben più difficoltà a vincere le confusioni” (“Renovatio”, anno X, 1975, fasc. 2, pag. 140).
Il cardinale di Genova non criticò i testi del Vaticano II (al contrario invitò a leggeri in ginocchio) ma si oppose al vento dell’impetuosa confusione teologica che soffiava sulla dottrina nell’intento di promuoverne una totale modernizzazione in nome dell’ecumenismo.
Un insigne interlocutore di Siri, Michele Federico Sciacca sosteneva, infatti, che il progetto dei neo-modernisti infiltrati nel Vaticano II era finalizzato alla deteologizzazione del cristianesimo.
Siri sottopose a una critica implacabile i sommi banditori della confusione in atto nell’ambiente cattolico e ne fece anche i nomi: Henri De Lubac, Karl Rahner e Jacques Maritain.
Nell’aula conciliare il movimento modernista bruscamente fu arrestato dalla nota previa, con cui Paolo VI smenti il cardinale belga Léon-Joseph Suenens e gli altri fautori della sovversione intesa ad abbattere il primato di Pietro e a stabilire il sommo potere del collegio dei vescovi.
Purtroppo l’errore neomodernista, strisciante nell’aula del Vaticano II, si diffuse negli stati d’animo e nella lettura tendenziosa dei testi conciliari, specialmente in quelli segnati da precipitosa indulgenza nei confronti del mondo moderno e delle false religioni.
Era prevedibile, peraltro, che una generazione di cattolici assordati dalle chiacchiere dei più prestigiosi teologi intorno alla meraviglia sovietica si lanciasse nella corsa verso le nuove frontiere del fantasticare.
La plumbea commedia degli esploratori cattolici, coinvolti nella bufera sessantottina e nel terrorismo – ad esempio - non si può valutare senza rivolgere il pensiero all’influsso della contorta teologia predicata da educatori, che usavano i testi del concilio come arieti contro la verticale.
Mentre denunciava il fumo di satana nella Casa di Dio, la mente di Paolo VI era forse rivolta alle maniglie che alcuni testi conciliari offrivano agli acrobatici volteggi dei banditori della teologia progressista, delirio teologico secondo la argomentata definizione di Cornelio Fabro.
Nel 1985, il cardinale Joseph Ratzinger confermò i giudizi di papa Montini, rammentando che, dopo il Vaticano II, “ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un percorso progressivo di decadenza”.
A proposito di balzi indietro, Brunero Gherardini rammenta che dall’uso spregiudicato dei testi del Vaticano II “Stava nascendo un Cristianesimo di nuovo conio: contestato e banalizzato il soprannaturale, gradualmente confuso con il naturale come se ne fosse un’esigenza ineludibile – in tutto questo era evidente una rivincita di Henri De Lubac ” [1].
Caduto il muro di Berlino gli anni dell’incandescenza progressista finirono nel libro delle memorie tristi e imbarazzanti. Purtroppo nel passaggio epocale l’errore progressista ha soltanto cambiato pelle, adattandosi alla figura cinerea della postmodernità, pornografica e relativista.
Ultimamente due opposte interpretazioni o ermeneutiche del Vaticano II stanno dividendo i cattolici dell’età postmoderna.
L’ermeneutica della continuità, formulata da Benedetto XVI, riafferma le indeclinabili verità della tradizione cattolica, legge il Vaticano II nella loro luce e raccoglie la sfida lanciata dal porno-relativismo, mediocre succedaneo del defunto pensiero moderno.
L’avventizia ermeneutica della discontinuità, elucubrata dal defunto professore Giuseppe Alberigo e adottata dai rumorosi ma sparuti eredi di Jacques Maritain e Giuseppe Dossetti, nel Vaticano II contempla un evento epocale: l’abbassamento della fede cattolica a opinione felicemente menomata e servilmente appiattita sul passato del pensiero moderno.
L’irriducibilità delle due scuole di pensiero manifesta le ragioni della restaurazione timidamente avanzante fra gli ostacoli elevati dai teologi progressisti e perciò nutre la speranza dei cattolici incapaci di rinunciare alla loro identità.
L’indirizzo perdente dell’ermeneutica eventuale si manifesta, peraltro, nelle anacronistiche escandescenze dei cattocomunisti, radunati in un’esangue aggregazione di nostalgici salmodianti intorno al relitto della rivoluzione sovietica.
La soluzione teologica del dilemma sul Vaticano II compete esclusivamente all’autorità del pontefice, che peraltro mostra di aver chiara la necessità di una svolta.
Tuttavia è lecito condividere la tesi formulata dall’autorevole padre Giovanni Cavalcoli o. p., secondo cui “è lecito avanzare riserve e anche critiche a certi aspetti del Concilio, ossia a quelli che mostrano eccessiva indulgenza nei confronti degli errori moderni”.
Detto questo occorre ribadire che la vera causa della crisi non risiede nei testi conciliari (talora superficiali, deboli e perciò datati, mai apertamente contrari alla verità) ma nel vento giornalistico sollevato dal conformismo e dall’ingiustificata paura del mondo moderno.
Il cardinale Siri sosteneva che la nuova teologia era alimentata da tradizioni filosofiche visibilmente destinate a tramontare nel ridicolo: la comica finale del comunismo sotto il muro di Berlino ha confermato il suo giudizio.
Oggi la passione dei teologi progressisti arde nella comica al quadrato, che si recita al San Raffaele intorno alla fumosa e uggiosa filosofia del maestro Cacciari.
Il maestre della nuova frontiera modernista è un mesto erede dell’illusione sovietica. Il cabaret lo ha definito kakkiari, parolina che allude alle mistiche banalità continuamente sciorinate dal maestro lagunare. Ed è questa la conclusione che si deve trarre dalla recente storia ecclesiastica: nella profondità dell’errore teologico abita il kakkiarismo, una farsa allegramente al galoppo. Grazie a Dio la leggerezza dell’ispiratore annuncia il declino dei teologi “ispirati”.
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La Chiesa, i cattolici, il mondo e il no al mito del Concilio
(di P. Serafino Lanzetta) Un altro contributo sul Vaticano II, non tanto elogiativo del mito trionfalistico che ha accompagnato questi cinquant’anni di ricezione conciliare, piuttosto di critica intelligente documentata e divulgativa, è venuto da poco alla luce: ha un titolo stimolante, La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, frutto di un lavoro esimio di due firme del cattolicesimo battagliero e non allineato a quegli stereotipi “da sacrestia”, A. Gnocchi e M. Palmaro. La Chiesa di quei “formidabili anni” è descritta come la Bella, perché sempre l’Immacolata Sposa di Cristo, ma addormentata, proprio come la fiaba. Qui il sonno è metafora di una crisi molto profonda, di cui parlava di recente e nuovamente il S. Padre in Germania, una crisi di fede, una crisi dell’identità cattolica. Cosa è successo nella Chiesa cattolica? Da dove ha preso corpo quell’ondata limacciosa di ottimistica quanto presuntuosa baldanza della novità, un modo sciocco eppure riaffermato di credersi nuovi e sempre al passo con i tempi, perché finalmente emancipati da un prima ecclesiale ed ecclesiastico insopportabile: una Chiesa, una liturgia, un predicazione non più tollerabiliBisognava essere moderni. Purtroppo quei tempi moderni si rivelarono presto già superati dopo qualche anno, mentre alcuni tenacemente si affaticavano a rincorrerli. Il tutto come in grande sonno. O forse il sogno di vedere all’orizzonte la realizzazione di una Chiesa che non c’era, né poteva esserci. Si intrufolarono in questa compagine dell’ottimismo tante ideologie: una Chiesa dei poveri, una teologia della politica, una teologia della liberazione. Tanti cristiani, tanti uomini erano privati della libertà sotto l’egida disumana del comunismo, mentre uomini di Chiesa si intrattenevano sul come raggirare gli ostacoli per ammettere gli osservatori ortodossi al Concilio. Non si parlò punto del comunismo. Ecco come si fece. Eppure il Concilio si era prefisso di essere pastorale. Si gridava invece al cambiamento. A differenza del ribaltamento culturale ideologico, quello ecclesiastico aveva un “marchio”, d’autore: il Concilio Vaticano II. In nome di esso, abusandone, si volle re-iniziare ad esser cattolici.
Una cosa però sorprese gli uditori attenti: nel discorso inaugurale del B. Giovanni XXIII, Gaudet mater ecclesia, si intravedeva un nemico, che non era fuori, era in casa: i “profeti di sventura”, ovvero non il neo-modernismo, il materialismo scientifico, l’ateismo, i nuovi errori teologici, ma quelli che si industriavano a mettere il bastone tra le ruote al carro della felicità, che doveva partire speditamente. Purtroppo la sventura c’è stata, ma si è originata ahimè non dentro ma fuori, ed è penetrata come fumo all’interno: il mondo, dirà pentito J. Maritain, era entrato nella Chiesa, quel mondo che la Chiesa voleva incontrare ad ogni costo.
Non si tratta, comunque, di fare un’inquisizione al Vaticano II, che resta un concilio ecumenico della Chiesa cattolica, ma di collocarlo al suo giusto posto. Quel posto che il Concilio scelse: un ambito pastorale e non dogmatico-definitorio; un Concilio che non riassume l’intera Tradizione della Chiesa; un Concilio che non è la Chiesa, né è al di sopra di essa; un Concilio che resta tale e non può trasformarsi in un discrimine per appurare il grado di fede cattolica di un credente. Non era mai successo nella storia della Chiesa che un concilio determinasse l’essere cattolici. Era piuttosto l’inverso. Un cattolico non può non essere fedele e ossequioso al Vaticano II, ma non può neppure “credere” nel Vaticano II, come si trattasse di un dogma. Il Vaticano II non fu un “evento epocale”, che cambiò le sorti della Chiesa. O meglio, a guardare questi anni, sembra che lo fu, ma Gnocchi e Palmaro vogliono invece dire che il Vaticano II, come ogni altro concilio, non poteva esserlo, né deve esserlo. Essere cattolici implica la totalità della fede, così come ricevuta.
Una peculiarità di questo libro, appassionante anche per quel bell’italiano che fa scorrere le pagine, è l’analisi interessante della genesi del mito “Vaticano II”. La Chiesa pensò di affidare il suo Concilio ai mezzi di comunicazione. Tutto (o quasi) quello che si diceva in aula il giorno dopo lo si leggeva sui giornali, i quali anticipavano ai lettori i temi e gli orientamenti dei Padri nelle Assemblee generali, condizionando così l’andamento dei lavori. Non si tenne conto che «il mezzo è il messaggio», (M. McLuhan) e che, come dicono gli autori, «nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione» (p. 78). Si finì col sovrapporre al «trascendentale ideologico» della modernità quello tecnico della stampa e della TV, sì da produrre «‘il trascendentale ecclesiologico’ che da subito si impose come premessa per ‘fare’ e poi ‘comprendere il Concilio» (p. 82). Dopo cinquant’anni siamo ancora alle prese con la giusta ermeneutica del Vaticano II.
(p. Serafino M. Lanzetta )









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