Il SEGRETO DI GALILEI (Seconda parte)
Simbologia
rosacruciana
Nel febbraio del 1439, una
delegazione bizantina giunse a Firenze per partecipare al concilio indetto per
l’unificazione delle Chiese d’Occidente e d’Oriente. In tale circostanza, Cosimo
de’ Medici ebbe modo di conoscere un consigliere di Giovanni VIII Paleologo, il
basileus, Giorgio Gemisto (1360-1452)
profondo intenditore del neoplatonismo, e soprattutto della Cabala iniziatica.
Il potente Cosimo restò talmente influenzato dall’incontro con il Gemisto al
punto da voler ricreare nella sua corte un’accademia idonea a sviluppare le idee
neoplatoniche ed ermetiche giunte dalle sponde
orientali.
L’occasione propizia, si
presentò intorno all’anno 1460, quando venne consegnato al Principe un
manoscritto reperito in Macedonia, comprendente quattordici dei quindici libri
del Corpus Hermeticum. L’incarico della traduzione di
questo misterioso testo venne affidata a Marsilio Ficino (1433-1499), il quale,
dopo le opere di Platone, lo tradusse in pochi mesi intitolandolo:
Pimandro.
Ficino, nella dedica rivolta a
Cosimo de’ Medici, esaltò il contenuto dell’opera appena tradotta,
riconducendola alla rivelazione di Ermete Trismegisto, da lui considerato
addirittura superiore a Platone e di origini mitiche:
<<All’epoca in cui nacque Mosè prosperava Atlas
l’astrologo, fratello di Prometeo il medico e zio materno di Mercurio l’Antico,
il cui nipote fu Mercurio Trismegisto>>.
Poco prima della cacciata degli
ebrei dalla Spagna, avvenuta nel 1492, Pico, componente della cerchia
fiorentina, aveva cercato di interpretare in senso cristiano la Cabala,
sostenendo che essa fosse conferma della verità del cristianesimo, e che in essa
fossero celate le chiavi per comprendere i misteri divini celati nelle Sacre
Scritture, così svuotate del loro proprio significato trascendente e ridotte ad
una sorta di discutibili libri sibillini.
Uno dei principali fini
perseguiti dal movimento settario sorto in terra fiorentina fu quello di
ristabilire quello stato di perfezione originaria dell’uomo, perdutosi nelle
epoche in proporzione all’affermarsi del Cristianesimo, e riservato
esclusivamente a pochi eletti i quali, essendo fatti della stessa sostanza del
mondo divino, avrebbero in sé la possibilità di auto-redimersi e di giungere
alla conoscenza perfetta[1].
Tale programma avverso alla
cultura ed al Magistero dominante non poteva che essere attuato attraverso il
linguaggio allegorico dei simboli, i quali dicono e non dicono. Ancora infatti
oggi un simbolo svela la pienezza dei suoi contenuti soltanto a chi lo
riconosce. Infatti, il simbolo è prima di tutto un segno, qualcosa capace di
rinviare ad “altro”. Nell’esoterismo, esso diviene il tramite tra universo e
uomo, spirito e materia, invisibile e visibile[2]. Mircea Eliade specifica che il
simbolo appartiene alla sostanza stessa della vita spirituale, ed anche se è
possibile mascherarlo, mutilarlo o degradarlo, tuttavia non sarà mai possibile
estirparlo[3].
Secondo il filosofo E. Cassirer,
il simbolo non rappresenta un lato marginale del pensiero,
<<ma
il suo organo necessario ed essenziale>>, dal momento che è
attraverso di esso che i concetti si rendono pensabili alla mente. E questo
significa semplicemente che: <<il serpente non è solo il segno
emblematico del male, ma è malvagio in se stesso; il sole non è semplice segno
della luce divina, ma Dio stesso, secondo un rapporto di identificazione “sic et
simpliciter”>>[4].
Il “marchio dei
delfini”
Il neoplatonismo ermetico adottò
l’uso del linguaggio simbolico, per riuscire a sforare le maglie pur sottili del
Magistero ecclesiale e diffondersi così a partire da Firenze in tutta Europa.
Oltre a Ficino, Pico, Reuchlin, Bruno e Campanella, a nostro avviso aderì alla
scuola iniziatica fiorentina anche Galilei. Sembra dimostrare questa
appartenenza un passaggio tanto importante, quanto finora sottaciuto della
questione galileiana. Si tratta del cosiddetto episodio del “marchio dei
delfini”, del tutto trascurato dalle pur importanti analisi realizzate da varie
angolature sul caso Galilei, che cercheremo di ricostruire in modo
sintetico.
Il padre
Riccardi[5], Maestro del Sacro Palazzo
Apostolico, sollevò una questione cruciale, riguardo ad un emblema, dal sapore
cabalistico, presente sul frontespizio del Dialogo sui due massimi sistemi
del mondo di
Galilei, libro al quale egli avrebbe dovuto concedere l’imprimatur necessario per la
pubblicazione. Egli informò prontamente l’inquisitore Clemente
Egidi[6], scrivendo allarmato che in
tale testo: <<vi sono molte cose che non
piacciono>>.
Il Riccardi invitò tuttavia
l’Inquisitore ad operare <<con
dolcezza>> nei confronti dello scienziato pisano, per
cercare di fargli accomodare quanto non andava. Per poi concludere, con tono
perentorio: <<Avvisi se l’”impresa de’ tre
pesci” è dello stampatore o del Sig. Galilei, e procuri destramente scrivermene
lo intendimento>>.
Questo marchio in effetti ha un
che di inquietante. I tre delfini sono disposti in modo tale da formare una
spirale a tre rami. Ogni delfino preso separatamente rappresenta il numero sei.
Pertanto, tre delfini, corrispondono a tre sei. Il 666. Ecco così presentarsi in
un ambito del tutto inadeguato ed impensabile l’apocalittica “cifra della
bestia”.
Secondo questa linea
interpretativa, appare del tutto giustificato l’allarme del padre Riccardi, nei
confronti dei “tre pesci” marchiati su di un’opera scientifica, nella quale si
presentavano dissertazioni che proponevano addirittura il cambio di un
millenario paradigma astronomico. Il passaggio cioè dal modello geocentrico, a
quello eliocentrico copernicano.
Galilei tuttavia non si allarmò
più di tanto di fronte al richiamo di padre Riccardi. E nemmeno si degnò di
svelare in prima persona e prontamente l’arcano, fornendo spiegazioni plausibili
che dissolvessero i dubbi circa quel simbolo, intorno al quale aleggiavano ombre
ermetiche ed eretiche. Per quale motivo infatti compariva sul frontespizio della
sua opera quella figura ambigua apertamente anticristiana? Chi e perché l’aveva
scelta? Galileo era a conoscenza ed aveva approvato che venisse stampato sul suo
libro di filosofia naturale un emblema che invece era del tutto estraneo alla
scienza di cui egli in prima persona si faceva paladino?
Galilei dunque non si curò di
rispondere direttamente e prontamente a tali interrogativi, celando nel suo
intimo la risposta ed il segreto. Furono invece i suoi autorevoli amici a
rispondere, minimizzando, insinuando dubbi, mettendo in difficoltà il Riccardi,
anche con sarcastiche insinuazioni.
In particolare, Filippo
Magalotti [7], dopo aver irriso
l’osservazione del padre gesuita riguardo a quel marchio:
<<io
mi vergognerei per reputazione sua e di chi ne è stato
l’inventore>>, ridimensionò il significato dello stesso
simbolo, come se fosse un segno come un altro, senza alcuna valenza o
significato particolare. E pertanto non si trattenne dal
<<ridere e far atti di meraviglia>>, per la bassa e
meschina insinuazione del Riccardi, che tale “impresa” potesse contenere un
senso recondito e misterioso.
Magalotti pertanto assicurò
padre Riccardi, che il marchio fosse quello dello stampatore Landini di Firenze.
Anche se lì per lì non poteva dimostrarlo. Allora, incaricò il fedele amico
Guiducci[8] di cercare qualche libro dello
stesso stampatore, <<fosse anche solo un
lunario>>, ove comparisse tale emblema. Dopo circa un
mese, ricevette proprio un lunario, insieme ad un libro usato da un’imprecisata
<<compagnia>>, ed
<<un
altro foglio che deve pur essere servito a qualcosa>>, marchiati nello stesso
modo.
Se il Guiducci in un mese di
ricerca nella stamperia fiorentina non riuscì a trovare niente di meglio che
quei fondi di deposito, allora vuol dire che quella strana sigla composta dai
delfini in circolo non era il marchio ufficiale della stamperia Landini. Ma
semmai quello utilizzato per stampe particolarmente riservate, ad uso di oscure
confraternite, o di segretissime logge. Peraltro, lo stampatore in questione
avrebbe potuto benissimo cedere ad eventuali insistenze, supportate semmai da
compenso adeguato, se non proprio da vere e proprie minacce, ed imprimere quel
marchio su qualche innocuo almanacco, o altro foglio, dimostrandone così l’uso
consueto.
Come rassicurato da quei pur
scarsi elementi di prova, raffazzonati dai sostenitori dello scienziato in un
mese di ricerca nella bottega dello stampatore fiorentino, il bonario padre
“Mostro” sentendosi alle strette, diede infine l’imprimatur necessario per la pubblicazione
del testo galileiano. All’interno del quale tra l’altro venivano ribadite le
stesse affermazioni già condannate dalla Chiesa, durante il primo processo
subito da Galilei, nel 1616. Pertanto, nel luglio del 1631, Galileo ottenne
l’imprimatur ecclesiastico tanto atteso.
Ricostruiamo brevemente i
passaggi di questa vicenda. Con il pretesto dell’epidemia di peste scoppiata a
Firenze, Galileo ottenne di far esaminare il Dialogo dall’inquisitore di Firenze, a
lui propizio. Ma il padre Maestro del Palazzo Apostolico, Niccolò Riccardi,
intervenne presso questo inquisitore perché, esaminando il frontespizio del
Dialogo, era rimasto colpito dal
cosiddetto marchio dei pesci.
Gli amici di Galileo, tra i
quali l’ambasciatore di Toscana presso il Vaticano, Francesco Niccolini, che
aveva sposato la nipote preferita dello stesso padre Riccardi, ed il “cameriere
segreto” del Papa, padre Giovan Battista Ciampoli, insistettero a tal punto da
indurre il Riccardi a concedere l’imprimatur, senza che il Vaticano
esaminasse direttamente il libro.
Per questa sua concessione alle
insistenze dello scienziato e del suo seguito, sul padre Riccardi ricadde il
monito del Santo Uffizio, il quale avvertì una certa
<<inavvertenza e trascurataggine>> nel sottoscrivere tale
ambiguo libro, ignorandone <<gli editti e gl’ordini e le
proibizioni>>. E proprio per questa ragione, il Maestro del
Palazzo Apostolico non sfuggì alla censura dell’Inquisizione[9].
La leggenda nera del processo
Per quanto riguarda Galilei, il
Santo Uffizio, probabilmente, comprese benissimo che nel Dialogo fosse presente un riferimento,
un messaggio segreto, in base al quale il modello eliocentrico, il movimento
della Terra e la centralità del Sole assumevano significati magici e
sovversivi[10].
Un riferimento profondamente
anticlericale, che si riallaccia al culto del sole, praticato in
Eliopolis, città egizia dei
sacerdoti-maghi esaltati da Bruno. Ma anche prototipo della
Civitas solis, decantata da Campanella, a sua
volta in stretto contatto con la segretissima setta dei
Rosacroce[11]: <<Non per niente in difesa del
Sistema Copernicano, nello stesso lasso di tempo, accorrono tra gli altri anche
Bruno e Campanella, amici tutti della rinata scienza o membri tutti di una sorta
di unica “società segreta”>>[12].
In occasione del processo del
1633, Urbano VIII, estimatore di Galileo, raccomandò con insistenza che lo
scienziato venisse trattato con estremo rispetto. Raccomandazione che venne
onorata, fin dalle prime fasi del processo, con l’eccezione accordata allo
scienziato di risiedere nella lussuosa ambasciata di Toscana, Villa Medici,
senza alcuna restrizione, continuando ad avere dunque piena libertà di
movimento.
Trascorsero così pochi mesi. Il
22 giugno del 1633, il Tribunale del Santo Uffizio prima di emettere il
verdetto, ricordò a Galileo della disubbidienza nei confronti del monito del
Cardinale Bellarmino. Ossia, di parlare dell’eliocentrismo come modello
ipotetico, dal momento che mancavano prove certe della sua effettiva realtà.
Inoltre, venne sottolineata la sua manovra sotterranea per ottenere l’imprimatur
del Dialogo, con promesse ed artifici,
truffando così il Santo Uffizio e lo stesso Papa.
Dopo questo monito, venne la
sentenza. Galilei, dopo aver abiurato in modo formale le proprie idee
sull’eliocentrismo, se la cavò alquanto bene. Infatti, subì una condanna
irrisoria: <<per tre anni a venire dichi una
volta la settimana li sette Salmi penitenziali>>[13], anche privatamente, dunque
senza alcun controllo. Tempo necessario: una quindicina di minuti. Ma non solo.
Gli venne persino concessa l’autorizzazione a far recitare questi sette salmi ad
una delle due figlie, rinchiuse in clausura.
Galilei non venne incarcerato in
nessuna prigione, nonostante la richiesta dell’Inquisizione, grazie
all’intervento diretto di Urbano VIII, che dispose per lo scienziato piena
libertà di movimento. Infatti, Galilei continuò a soggiornare nell’ambasciata di
Toscana, Villa Medici, al Pincio, <<reputato da tutti la meglio di
Roma, senza difficoltà>>[14]. <<Un luogo così
delizioso>>, gli scrisse infatti sollevata
l’affezionatissima figlia suor Maria Celeste, il 2 luglio 1633[15].
Successivamente, per altri
cinque mesi, venne ospitato nel palazzo dell’Arcivescovo di Siena, il gesuita
Ascanio Piccolomini (1590-16719), suo amico ed estimatore. Infine, si trasferì
in modo definitivo nella sua villa, “Il gioiello”, in Pian dei Giullari ad
Arcetri, una sorta di “loggia” fiorentina, su due piani, ancora esistente. La
loggia del piano terra è attualmente murata, ma sono ancora visibili le colonne
di quella vecchia. Il loggiato superiore invece è aperto.
È in questo luogo ameno ed
esclusivo che Galileo poté tranquillamente proseguire i suoi studi, ricevere
amici ed allievi, curare la sua corrispondenza italiana ed estera, senza alcun
impedimento. Senza che il segreto del marchio dei delfini venisse
violato.
Cartesio dunque si era
sbagliato. La formale condanna ecclesiastica dell’eliocentrismo non riuscì a
fermare la forza dirompente di tale dottrina. Infatti, anche se il cerchio
sembrò stringersi intorno ai suoi fautori, la rivoluzione esoterica ugualmente
si avviò. <<E la terra intera, presa
d’ammirazione, andò dietro alla bestia>>[16].
[1] La tradizione
ermetica
<<non si è mai interrotta: in
tutte le epoche sono sempre esistiti Grandi Iniziati che hanno trasmesso ad
altri Iniziati le Verità di cui essi erano depositari. In tal modo, la
tradizione iniziatica esoterica non ha subito interruzioni o
salti>>, G. Di Bernardo, Filosofia della
massoneria,
Marsilio, Venezia 1987, pagina 126.
[2] G. Di Bernardo scrive che:
<<mediante i simboli diventa visibile qualcosa che sta al di là dei
significati che assumono i fatti storici … il mondo della Qabbalà è un mondo di
simboli>>, in La ricostruzione del Tempio – Il
progetto massonico per una nuova utopia, Marsilio, Venezia 1996, pagina
87.
[5] Niccolò Riccardi (1585-1639)
genovese, frate domenicano, soprannominato “Mostro” dal Re di Spagna, forse non
solo per la sua straordinaria cultura, ma anche per la sua notevole obesità, era
zio di Caterina di Francesco Riccardi, moglie dell’ambasciatore del Granduca di
Firenze a Roma Francesco Niccolini, e sostenitrice di Galilei. Eletto Maestro
del Sacro Palazzo Apostolico, il Riccardi venne incaricato delle questioni
relative alla stampa del Dialogo sui due massimi
sistemi.
[6] Clemente Egidi da Montefalco,
Inquisitore generale di Firenze.
[7] Filippo Magalotti apparteneva
ad una delle famiglie fiorentine che in Roma godevano i favori papali dei
Barberini, coi quali erano anche imparentati. Costanza Magalotti infatti aveva
sposato Carlo Barberini, fratello maggiore dei Pontefice.
[8] Con Mario Guiducci, Galilei
scrisse un Discorso sulle comete, tenuto nell’Accademia
Fiorentina e pubblicato nel giugno dello stesso 1619, in risposta polemica ad
una pubblicazione del Padre Orazio Grassi, dell’ordine dei Gesuiti, professore
di Matematica del Collegio Romano, nella quale veniva interpretata la comparsa
di tre comete, avvenuta per la prima volta il 29 novembre 1618, nella
costellazione dello Scorpione. Era una premessa alla polemica sviluppata
successivamente contro il Grassi dallo stesso scienziato ne
Il Saggiatore.
[9] Lettera di Francesco Niccolini
ad Andrea Cioli, del 3 luglio 1633.
[13] Da La sentenza di condanna di
Galilei.
[14] Lettera di Benedetto Castelli a
Galilei, del 6 aprile 1630.
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