IL “SEGRETO” DI GALILEI (Prima parte)
I
timori di Descartes
Verso la fine del 1633,
Descartes apprese che il Dialogo sui due massimi
sistemi di
Galilei era stato condannato. Intimorito, sospese repentinamente la stesura del
suo trattato sul Mondo. E scrisse la sua apprensione all’amico Marsenne:
<<Ora
io vi dirò che tutte le cose che spiegavo nel mio trattato, e fra queste c’era
il moto della Terra, sono a tal punto dipendenti le une dalle altre, che basta
sapere che una è falsa per rendersi conto che tutte le ragioni di cui mi sono
servito non hanno validità alcuna>>[1].
Già dieci anni prima, su
Cartesio era caduto il pesante sospetto, mai dissolto, di appartenere alla setta
dei cosiddetti “invisibili”, ossia i rosacroce. Il filosofo però fece di tutto
per smentire ogni voce circa la sua appartenenza a tale setta, che è riuscita
benissimo ad occultare nel tempo la sua esistenza, rendendosi per molti versi
davvero “invisibile”[2]. Questa esperienza dovette
comunque toccarlo nel profondo, rendendolo ancora più prudente e circospetto di
quanto potesse esserlo stato fino a quel momento.
Ben conscio di quanto fosse
successo a Bruno, Cartesio, oltre che per se stesso, temeva che la condanna
ecclesiastica avesse potuto fermare la rivoluzione eliocentrica appena
avviatasi, alla quale anch’egli aveva aderito, e fermare l’avvento del “nuovo
mondo”, tanto evocato dagli esoteristi. La sorte di Galilei non lo preoccupava
più di tanto, dal momento che lo scienziato italiano, a differenza di lui,
godeva di forti protezioni ecclesiastiche, che avrebbero senz’altro attenuato il
giudizio degli inquisitori.
Il conflitto che Galilei stava
affrontando contro una parte della Chiesa, l’altra gli era ben favorevole,
riguardava, da un lato, l’interpretazione di alcuni passi biblici, che
sostengono l’immobilità della Terra ed il movimento del sole, da Galilei
distorti a favore dell’eliocentrismo, soprattutto nelle cosiddette Lettere
Copernicane. Dall’altro, il magistero stesso della Chiesa, insidiato da una
contro-spiritualità, collegata al neoplatonismo ed al misticismo ermetico.
Infatti, è nel Dialogo sui due massimi sistemi, “se lo si sappia leggere”, che
si trova il segno della trasformazione di un’ipotesi astronomica in una vera e
propria percezione filosofica del mondo[3].
Peraltro, un fatto è certo:
<<
prima che Galileo si fosse dato a compiere la sua opera in difesa del Sistema
Copernicano, nessuno si era accorto della rivoluzione copernicana. Le novità del
resto sono per pochi, e quei pochi, gli eletti, non possono non essere degli
iniziati. E come una sorta di “iniziazione” a misteri o, se si preferisce, come
frutto di eresia furono subito giudicate le Lettere
Copernicane>>[4].
Prima delle prese di posizioni
di Galilei, la Chiesa Cattolica era stata favorevole all’ipotesi copernicana.
Addirittura, il De
revolutionibus di
Copernico si dimostrò lo strumento efficace per sostenere la riforma del
calendario, realizzata da Gregorio XIII, contro le resistenze messe in atto
dalle chiese protestanti. È lo stesso Galilei a riferire che Copernico,
<<uomo non solamente cattolico, ma sacerdote e
canonico>>, venne chiamato a Roma in occasione della
riforma del calendario e, grazie al suo intervento, in modo:
<<conforme alla sua dottrina non solamente si è poi
regolato il calendario, ma si fabbricarono le tavole di tutti i movimenti de’
pianeti>>[5].
Osserva giustamente
Morpurgo-Tagliabue: <<Che dopo 70 anni si proibisse
assolutamente l’opinione copernicana, non appariva neppure pensabile: per la
pietà riconosciuta all’autore, “nobilis astrologi”, che aveva dedicato l’opera a
Paolo III, e per la diffusa utilità dei suoi calcoli e dei suoi metodi,
apprezzati durante la riforma del Calendario>>[6].
Il motivo del cambio di
atteggiamento del Clero nei confronti della nuova ipotesi astronomica e della
persona stessa di Galilei, costituisce un fatto sul quale fermare l’attenzione,
soprattutto per cercare di comprendere le vere cause che lo determinarono. E per
giungere a tale chiarimento, non si può prescindere dall’analizzare il fermento
culturale, la tendenza cioè alla rivalutazione dei miti classici, con tutte le
loro implicazioni magiche ed ermetiche, che permeava soprattutto la corte
fiorentina.
Galileo fino allora aveva goduto
della stima anche del suo “avversario”, il cardinale gesuita, poi santo e
dottore della Chiesa, Roberto Bellarmino, del tutto aperto alle novità
scientifiche. Al punto da segnalare, in una lettera ai Matematici del Collegio
Romano, le: <<nuove osservazioni di un valente
matematico [Galileo, ndr] per mezzo di uno strumento
chiamato “cannone” overo “ochiale”; e ancor io ho visto, per mezzo dello stesso
istrumento, alcune cose molto meravigliose intorno alla luna e a
Venere>>[7].
La Chiesa non aveva nulla da
temere dalle novità scientifiche, se queste fossero rimaste tali. I principali
teologi cristiani, a partire da sant’Agostino e san Tommaso, apprezzavano
massimamente la ragione come strumento eletto per giungere ad una maggiore
comprensione della gloria di Dio, che come scriveva san Paolo ai Romani, si
manifesta nel mondo. Essi ritenevano infatti che <<Dio fosse l’assoluta
personificazione della ragione>>[8]. È secondo questa prospettiva,
che lo stesso cristianesimo intende il <<progresso come un obbligo dato
da Dio, implicito nel dono della ragione>> [9].
Il “dietro front” della Chiesa
nei confronti di Galileo e dell’ipotesi copernicana, va pertanto ricercato in
motivazioni profonde, significative, che mettevano in moto il suo essere stesso,
finalizzato alla testimonianza della Verità, in quanto soltanto questa rende
libero l’uomo, ed alla celebrazione dei Sacramenti, attraverso i quali si
perpetua l’azione salvifica della Grazia. E di certo gli atteggiamenti assunti
da Galileo non facilitarono il clima necessario al dialogo che deve instaurarsi
nel momento in cui si presentano argomenti davvero nuovi ai quali si collegano
problematiche aperte e sottili.
Innanzitutto, allora, deve avere
influito sulla presa di distanza della gerarchia cattolica una certa mancanza di
umiltà dello scienziato, che caldeggiava con eccessiva enfasi argomenti
tendenzialmente eretici e dubbi, proprio dal punto di vista scientifico.
Marpurgo-Tagliabue, ha scritto note taglienti riguardo al carattere di Galilei,
circa la sua superbia ed al <<senso di superiorità della
propria mente sugli altri uomini. Egli si espande in una superba gloriosa
vecchiezza non priva di iattanza: la iattanza della ragione. È questa fiducia
che lo conduce di errore in errore, dalla trascuranza delle leggi di Keplero
alla teoria delle comete, alla teoria delle maree: una luminosa cecità,
un’ottimistica fiducia nella semplicità razionale della natura, un tranquillo
dogmatismo. Non sa di avere a fianco un dio ingannatore>>[10].
I “cani” del
Signore
I primi a rendersi conto che
nell’eliocentrismo galileiano fossero presenti fattori spuri non inerenti alla
sola scienza astronomica, furono i <<Domenicani, i domini-canes, cani
del Signore>>[11], i quali reagirono prontamente,
tramite il padre Tommaso Caccini che, il 21 dicembre 1614, dal pergamo di Santa
Maria Novella in Firenze, denunciò gli errori dottrinali dei matematici
copernicani, provocandone le piccate reazioni.
D'altra parte, non potendo
ignorare l’opera del loro famoso confratello, Giordano Bruno, i Padri Domenicani
conoscevano benissimo i diversi livelli di interpretazione della dottrina
eliocentrica. Dei quali, quello scientifico, rappresenta il più basso ed
evidente. Il discusso frate infatti più volte <<tratta Copernico con una certa
sufficienza, rimproverandogli di avere interpretato la sua teoria dal solo punto
di vista matematico, mentre egli, Bruno, ne ha compreso i più profondi
significati religiosi e magici>>[12].
In realtà, Bruno conosce in modo
alquanto insufficiente il lato scientifico della teoria copernicana, come
dimostrano le assurdità contenute nella sua opera, La cena de le
ceneri.
Proprio per questa sua ignoranza: <<Se i suoi nemici si fossero
limitati a un’interpretazione letterale, avrebbero potuto coprire Bruno di
ridicolo, ma difficilmente si sarebbero dati la pena di bruciarlo
vivo>>.
Sembra invece che il Nolano
abbia scelto la teoria copernicana come veicolo più idoneo
<<per
introdurre le proprie concezioni filosofiche in parte perché essa godeva di una
notevole corrente d’interesse e in parte perché poteva essere adattata alle
proprie teorie. Bruno e i suoi contemporanei avevano inoltre ragione di vedere
in Copernico un rinnovatore del pitagorismo magico, che essi consideravano una
fonte della tradizione ermetico-neoplatonica>>[13].
Peraltro, è risaputo che Galilei
venne informato dell’interpretazione bruniana della teoria di Copernico, quindi
del suo significato metaforico e magico, da parte di un altro controverso
personaggio, Tommaso Campanella, che conosceva personalmente, ed
“ideologicamente”, molto bene. I due si incontrarono a Padova, anche con Paolo
Sarpi, il noto protagonista di una forte oppositore al Papato, e con lo
scienziato esoterista Gian Battista Della Porta, autore del testo, all’epoca
famoso, Magiae naturalis Libri XX (Napoli 1589), dove si spiega,
fra le molte argomentazioni, che scopo della magia è capire il funzionamento del
cosmo, e di imitarne i processi, secondo l’omologia dichiarata dall’arcano
principio che recita: “ciò che è in alto è in basso”[14].
Galileo
occultista
Questi personaggi apparentemente
così diversi, erano tuttavia accomunati da una stessa passione: quella
astrologica. Galilei dimostrò tracce di questo suo interesse così poco
scientifico, tra l’altro, nel Sidereus
Nuncius
ove, con prosa elegante, dedica a Cosimo de Medici i satelliti di Giove,
spiegando che le splendide virtù che adornano la sua persona gli sono state
conferite da questo astro molto benigno, che nel momento della sua nascita era
in posizione del cielo di straordinaria
importanza.
Scrive G. Ernst che
<<se
l’oroscopo di Cosimo II è il più clamoroso, per la celebrità del testo in cui vi
si fa cenno, non è certo l’unico caso di genitura compilata da Galileo, e già
più di un secolo fa, con la probità intellettuale che lo contraddistingueva, A.
Favaro dedicava un breve saggio a “Galileo astrologo”, superando comprensibili
resistenze nei confronti di un argomento per quei tempi imbarazzante … Galileo
conosceva molto bene la pratica astrologica: è certo che nel periodo padovano
componeva oroscopi dietro compenso>>[15].
Il fatto che Galilei si
prestasse a redigere oroscopi e previsioni sul futuro, al pari di qualunque
ciarlatano, si addice ben poco al cliché di provato sperimentatore con il quale
egli è passato alla storia. Ma del quale, come vedremo avanti, molti hanno
dubitato, dal momento che: <<Nessuna delle esperienze
galileiane era fondata, tutte immaginate, e per questo facilmente dimostrate.
Molti lettori delle sue opere sono stati tratti in inganno dall’apparente rigore
geometrico delle sue dimostrazioni>>[16].
È tuttavia comprensibile, che i
positivisti cercassero di esaltare gli aspetti dello scienziato che tornavano a
loro favore, adombrando quelli contrari. Comunque, assume tinte deludenti
l’immagine del padre della cosiddetta scienza moderna, fra una polemica e
l’altra, sotto banco, per sbarcare meglio il lunario, o per attirarsi i favori
dei potenti di turno, intento ad interpretare effemeridi, campi e quadranti
planetari, per compilare temi di natività a favore di qualche povero illuso.
La comune tendenza al vaticinio
che avvicinò Campanella a Galilei, emerge anche dalla lettera che il primo inviò
allo scienziato, per ringraziarlo della copia dei Dialoghi, ricevuta nel mese di luglio
del 1632. In tale occasione, il Frate riassume genericamente il senso del libro,
compiacendosene, al punto da affermare: <<Tutte le cose mi son piaciute, e
vedo quanto è più valido il suo argomentare di quel di Copernico, se ben quello
è fondamentale>>. Ed in conclusione, come esperto del settore,
collega l’argomento astronomico ad una sorta di profezia astrologica:
<<Queste novità di verità antiche, di novi mondi, novi
stelle, novi sistemi, nove nazioni etc., son principio di secol
novo>>[17].
Come si vede, il modello
eliocentrico è utilizzato come punto di forza per ribaltare e sovvertire “lo
stato dei fatti e delle cose”, direbbe Wittgenstein, dell’epoca. Infatti, il
problematico frate calabrese, che nelle sue opere si propone fra l’altro
l’utopica realizzazione dell’unità religiosa dell’umanità, fondata sull’accordo
(improponibile) della religione cristiana con la religione naturale:
<<sia
nell’apologia che in lettere a Galileo, parla dell’eliocentrismo come di un
ritorno all’antica verità e come un preannuncio di un’età nuova, usando un
linguaggio che ricorda fortemente quello di Bruno ne “La cena de le
ceneri”>>[18].
L’illusione alla quale si
aggrapparono Campanella e gli ermetisti rinascimentali è assai ovvia ed
evidente, dal momento che la novità da essi tanto attesa e declamata, non fu
altro che postulare e propiziare il ritorno di presunte verità antiche, di
matrice egizia, e di entità spirituali, segretamente collegate alla metafisica
eliocentrica.
“Misticismo”
pitagorico
La sintonia ideologica che si
stabilì fra Campanella e Galilei lascia intendere che entrambi conoscessero le
implicazioni “spirituali” presenti nell’eliocentrismo, e che insieme, ognuno a
modo proprio, si proponessero di elevare il modello copernicano a paradigma
universale, quale simbolo e pentacolo dell’umanità rinata, dopo secoli di
coercizione religiosa e culturale. Ma in realtà costringendola inesorabilmente
in griglie spirituali davvero esecrabili. Infatti, l’eliocentrismo, come abbiamo
riferito nelle nostre pubblicazioni, esprime un significato religioso persino
più profondo di quello connesso alla teoria geocentrica, se è vero che in esso
si maschera l’arcaico culto naturalistico del demone solare.
Costituisce pertanto una grande
illusione il credere che la scienza ci abbia liberati dai condizionamenti
religiosi di stampo medievale, dal momento che essa ci ha come imprigionati in
una mentalità tendenzialmente ateo-materialistica, spesso adombrata dietro le
prevedibili espressioni dello scientismo militante. Atteggiamento interiore,
questo, da molti conseguito inconsapevolmente, mediante uno studio
essenzialmente passivo e scolastico, teso ad accreditare i temi proposti dalla
cultura ufficiale come se questi fossero indiscutibili dogmi della religione
razionale, e ad irrobustire il pregiudizio e la censura verso quanti propongono
visioni che aprono prospettive diverse da quelle accettate dal sapere
comune.
Costituisce dunque una
comprensibile conseguenza di questo stato di cose, il fatto che a molti possa
apparire azzardato accostare le argomentazioni scientifiche di
Galilei[19] (fumose, prolisse, ed in gran
parte errate: basta trovare la forza di leggere alcune pagine del
Dialogo), con gli elementi propri della
magia. Questo perché i principi sui quali poggiano la scienza e la magia non
solo sembrano inconciliabili, ma addirittura contrapposti. Infatti, mentre la
vera scienza si fonda su una ricerca razionale ed oggettiva della verità, la
magia si basa sulla possibilità di stabilire un contatto personale, effettivo,
con la dimensione spirituale, attraverso uno stato illuminativo dell’essere.
Tuttavia, tale contrasto è solo
apparente: superficie e profondità caratterizzano lo stesso mare della
conoscenza ermetica, dalla quale magia e scienza hanno tratto per larga parte
ispirazione. I pitagorici, nel loro chiuso ed impenetrabile settarismo,
celebravano nel contempo i poteri della ragione matematica ed i poteri della
mente. Intendendo con questi ultimi, anche la possibilità di entrare in
comunicazione con entità disincarnate, mediante la pratica illecita dei
sacrifici di sangue. Pitagora venne scacciato da Crotone insieme ai suoi
accoliti, non solo per motivi strettamente politici. Ma probabilmente perché
nella sua setta accadeva qualcosa di altamente illecito, che minava la stessa
esistenza sociale dell’uomo.
Ricordiamo peraltro che per i
neoplatonici attraverso la conoscenza metalogica ed intuitiva l’anima
individuale può giungere a fondersi con l’anima
mundi,
divenendo essa stessa, microcosmo-uomo, ciò che contempla, macrocosmo-universo.
Questo vagheggiato fine <<è un momento di abbandono
mistico, in cui l’individuo, spezzati i vincoli della sua finitezza, s’immerge
in un’ineffabile beatitudine, di cui, però, nulla si può
dire>>[20].
Secondo tale linea
interpretativa, l’indagine fisica della natura costituirebbe soltanto una
componente incompleta di una conoscenza superiore, per certi tratti misteriosa e
profonda, perseguibile esclusivamente mediante un percorso individuale, graduale
ed iniziatico, non consentito a tutti e sottoposto ad una gerarchia spirituale
ben definita ed immutabile nella propria struttura segreta.
[1] Citato da E. Garin,
Il
‘caso’ Galileo nella storia della cultura moderna, in Novità celesti e crisi del
sapere – Atti del convegno internazionale di Studi
Galileiani,
Giunti Barbera, Firenze 1984, pagina 5.
[2] Confronta, G. Galli,
Hitler e il nazismo magico – Le componenti esoteriche del
Reich millenario,
BUR, Milano 1999, capitolo settimo.
[6] G. Morpurgo-Tagliabue,
I
processi di Galileo e l’epistemologia, Edizioni di Comunità, Milano
1963, pagina 28.
[7] R. Bellarmino,
Lettera ai Matematici del Collegio
Romano, del 19 aprile 1611. Tutti i
documenti citati nel presente articolo sono tratti dal testo, G. Galilei,
Dal
carteggio e dai documenti-Pagine di vita, a cura di I. Del Lungo e A.
Favaro, Presentazione di E. Garin, Sansoni, Firenze 1915, ristampato nel
1984.
[8] D. Lindberg, R. L. Numbers (a
cura di), Dio
e natura. saggi storici sul rapporto tra cristianesimo e
scienza,
La Nuova Italia, Scandicci 1994, pagina 17.
[13] L. S. Lerner e E. A. Gosselin,
Giordano Bruno, in <<Le Scienze>>,
edizione italiana di <<Scientific
American>>, numero 58, giugno 1973, pagina 25 e
seguenti.
[14]Questo memorabile incontro è
ricordato dallo stesso Campanella in una lettera del 19 giugno 1636.
[15] G. Ernst,
Astrologia e profezia in Galileo e
Campanella,
in Novità celesti e crisi del sapere, citato, pagina 264.
[17] Lettera di Tommaso Campanella a
Galileo, del 5 agosto 1632.
[19] Il testo Galileo
L’anticopernicano, di M. Caleo, già citato, mette
a fuoco la contraddittorietà del linguaggio galileiano, che in realtà sembra
negare quanto in apparenza afferma. Così: <<L’assurdo dell’identità
reale-razionale, ha prodotto quel metodo della “sensata esperienza”, che, a mio
parere, rappresenta un limite imposto alla scienza, dal momento che essa è
portata a cercare più la sua verità che la verità del
reale.”>>, pagina 9.
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