|
di E. B. 1
l
Premessa
l Grida d'allarme
- In un articolo apparso sulla rivista
Nouvelles Littéraires, del 30 luglio-5 agosto 1973, il pittore
astrattista Georges Mathieu (1921-2012) lanciò un grido di rivolta e di
battaglia. Egli constatava il cedimento di una società di cui contestava sia
«i comportamenti borghesi» e «il capitalismo imbecille», che i
ritardati «delle mitologie marxiste, leniniste o marcusiane, gli adepti della
sinistra che pranza fuori città e che è ancora più borghese e più snob
dell'altra borghesia». Si stupiva «delle grandi devastazioni causate
dall'apparizione brutale di tecnologie favolose, dotate di poteri sconosciuti,
quali le tecniche di diffusione del pensiero e dell'immagine». Si
meravigliava del fatto «che la licenza sessuale, l'aggressività sadica, la
violenza gratuita, la brutalità grossolana, rimosse e nascoste per secoli, ma
risvegliate come d'incanto, abbiano improvvisamente diritto di
cittadinanza». Si stupiva «che dietro il pretesto della libertà di
espressione, si lascia carta bianca ad una mafia del libro, del teatro e del
film che colpisce il lettore e lo spettatore sotto la cintola, non per
promuovere una qualsiasi ideologia che sfrutterebbe il valore sovversivo della
pornografia, della volgarità e del crimine contro i pregiudizi e i tabù di
classe, ma per arricchirsi sordidamente a spese dell'avvilimento delle coscienze
degli adulti e dei bambini». Si stupiva del fatto «che lo Stato
democratico, che per principio deve proteggere i cittadini contro le aggressioni
che riguardano i loro beni, i loro corpi, il loro spirito e la loro anima,
permette che si possa impunemente incendiare, rubare, assassinare, rovinare,
avvilire e degradare». Ed egli ricusava in anticipo i falsi-veleni,
insufficienti ai suoi occhi per bloccare quelle che definiva «le forze
demoniache del sesso e del sangue».
- Nel novembre 1974, il noto politico
Jacques Chirac, alle Assemblee Nazionali dell'Union des
Démocrates pour la République, fece alcune riflessioni molto simili:
«Da alcuni anni a questa parte, e singolarmente dopo gli avvenimenti di
maggio del 1968, tutti i valori morali, individuali o collettivi,
rispettati fino ad allora dalla grande maggioranza dei francesi, sono stati
rimessi in causa. Tutti i valori religiosi o civici sono stati screditati. La
nostra società è sottoposta ad una corrosione sistematica che tende a
negare l'esistenza stessa dei principî su cui poggia ogni vita
collettiva».
- Con toni non diversi si espresse
l'economista André Piettre (1906-1994), dell'Institut:
«Crisi morale, si dice. Non è sufficiente. È di crisi della
morale che bisogna parlare, una fatto infinitamente più grave. Perché
parlare di crisi morale o di crisi dei costumi significa giudicare secondo una
regola fissa: equivale a rapportarsi ad una norma ideale, ad una scala stabile
di valori. Ma cosa accade se la regola vacilla, se la scala di valori si
svaluta, se il sale diventa insipido? Tale oggi è il nostro problema»
3.
- Nel suo libro La révolution
introuvable («La rivoluzione introvabile»; Fayard), il filosofo e
sociologo Raymond Aron (1905-1983), parlando degli avvenimenti di maggio
del 1968 e dei problemi della società francese constata: «Questa civiltà,
fatta di credenze trascendenti, sembra trascinata in una folle avventura verso
una maggiore conoscenza e un maggiore potere senza un fine ultimo, senza
discipline di saggezza [...]. La società dei consumi, o se si
preferisce, la società produttivistica, non fornisce in quanto
tale ragioni di vivere. La penuria o la miseria; niente di più. Questi mali
non possono essere guariti dai computer, dalla partecipazione alle assemblee
universitarie, o dal sindacato [...]. Contro la perdita del senso di
finalità, la partecipazione non potrà fare meglio
dell'espansione».
- Nella sua opera L'échec des
futurologues («L'insuccesso dei futurologi»), l'economista Jean
Fourastié (1907-1990) parla degli stessi problemi posti all'uomo di oggi
scrivendo: «Questi enormi problemi sono nati dal fantastico potere tecnico di
un'umanità senza virtù, senza morale e senza fine ultimo».
- Facendogli eco, constatava lo
scrittore Louis Pauwels (1920-1997): «Dopo molto tempo la Storia
presenta delle crepe. Ci si interroga sugli scopi della civiltà. Li si distingue
a mala pena. Ciò che si intravede [...] è che sono completamente privi di
nobiltà e non bastano a riempire il cuore. Quel che appare è un vuoto di
finalità».
- Gli stessi avvenimenti (quelli di
maggio del 1968), ispirarono a Jean-Marie Domenach (1922-1997),
direttore del rivista Esprit, alcune riflessioni molto simili: «Un
materialismo è incapace di negarne un altro. Marcuse contesta i bisogni
artificiali della società dell'abbondanza in nome dei bisogni reali. Ma come
definire tali bisogni senza un riferimento ai valori, a ciò che trascende il
bisogno? Non si risponde veramente alla società dei consumi opponendogli la
soddisfazione anarchica dei bisogni o lo sviluppo di tutte le facoltà umane;
bisogna contrapporgli un'etica della responsabilità e della scelta, che implichi
un'idea dell'uomo orientato verso fini che superano la sua esistenza immediata.
La società "unidimensionale": siamo d'accordo che bisogna contestarla, ma ne se
non uscirà che ristabilendo l'altra dimensione, quella della
trascendenza».
Tutte queste affermazioni contengono una
litania di parole e di espressioni: «regole», «norme», «valori», «finalità»,
«fini ultimi», «credenze trascendenti», «ragione di vivere». Si può
continuare:
- Lo scrittore Eugène Ionesco
(1909-1994) ha affermato: «Quando l'uomo non si preoccupa del problema dei
fini ultimi (degli scopi finali), quando gli importa solamente il destino di una
nazione politica, dell'economia, e i grandi problemi metafisici non lo fanno più
soffrire, allora l'umanità viene degradata, diventa
bestiale» 4.
- James de Coquet (1898-1988),
giornalista: «Si avverte il disagio, il malessere della civiltà [...].
Dove ci sta portando questa società sedicente incivilita? [...]. L'atomo
è stato disintegrato e siamo andati sulla Luna, e tuttavia non c'è stato un vero
progresso [...]. La prova migliore è che la società dei consumi non
risponde alle nostre aspirazioni più profonde, ed è per questa ragione che
moltissimi giovani le girano le spalle» 5.
- Nel 1973, lo scrittore Maurice
Druon (1918-2009) rivolse all'Assemblea Nazionale queste parole: «Appare
evidente che i mali e le disgrazie che affliggono la modernità derivano da una
crisi e da un'eclisse dei valori supremi. Questi valori non sono da inventare,
né da far spuntare da chissà quali frantumazioni. Non è devastando la mietitura
che si favorisce il seme. I valori supremi sono i valori permanenti. Non
converrebbe riconoscerli e ispirarsi ad essi per le nuove
creazioni»?
- Così Pierre de Calan
(1911-1993), industriale, nel suo ultimo libro Les jours qui viennent («I
giorni futuri»): «Come potremo ricostruire una civiltà se non riapprendiamo
immediatamente ciò che siamo e ciò che ci conviene? Occorre una filosofia;
abbiamo bisogno di finalità».
- Georges Pompidou (1911-1974),
primo ministro e presidente francese, nel suo libro postumo Le nœud
gordien («Il nodo gordiano»; Plon): «La ricerca della felicità materiale
per tutti in una società dell'abbondanza non basta [...]. La comodità
di vita generalizzata comporta un tipo di disperazione, e in ogni caso di
insoddisfazione. Probabilmente, sta in questo sconforto il ruolo reale
giocato dal mondo moderno. Il materialismo della società non soddisfa le
aspirazioni dell'uomo e non dà un senso sufficiente alla vita».
- Jean Cau (1925-1993),
agnostico, ex segretario particolare del filosofo esistenzialista Jean-Paul
Sartre (1905-1980): «Alla luce delle più fantasiose menzogne, stiamo
assistendo al crollo di un mondo [...]. Una società si svuota dei suoi
miti, delle sue fedi, delle sue tradizioni, del suo passato, delle sue certezze
e dei suoi valori. Essa contempla quel fenomeno colossale che è la fine del
cristianesimo e si interroga balbettando sull'impossibilità di vivere la
libertà dell'uomo se questa è disgiunta da ogni trascendenza. Fino a poco tempo
fa, la società possedeva i suoi "tutori dell'ordine" - in senso etimologico -
spontanei. C'era il padre, ad esempio, il capo dai meriti acquisiti e
riconosciuti. L'ordine non veniva imposto, ma vissuto e consentito, e traeva la
sua legittimità da una trascendenza. Oggi le cose vanno diversamente e, come si
dice, non c'è più nulla di sacro [...]. Svuotata della sua sacralità,
privata di ogni trascendenza, la morale si vede condannata a non essere
nient'altro, sul piano sociale, che la pratica dell'ordine» 5.
- Il Generale André Beaufre
(1902-1975): «Da quando l'umanità esiste non si è elevata che grazie agli
esempi degli eroi e dei Santi, i soli che sanno sfidare la morte e trascendere
la vita» 6.
- Mikhail Nikolaevich
Bocharnikov, primo segretario del Partito Comunista del distretto di
Sverdlov, a Mosca: «La preoccupazione per la salute politica, spirituale e
morale delle giovani generazioni assume ai nostri giorni un'intensità tutta
particolare. Noi comunisti, principali educatori della gioventù, dobbiamo
ricordarci che il "vuoto spirituale" non esiste; come ha detto il poeta Vasilii
Fédorov in modo pittoresco, i cuori che non abbiamo riempito, verranno presto
riempiti dal nostro nemico» 7.
- E infine André Malraux
(1901-1976), scrittore e politico, nella prefazione scritta per il libro di
Pierre Bockel
(1914-1995) L'enfant du rire: «È possibile che un credente veda
soprattutto nella trascendenza il mezzo più potente per la comunione. È certo
che per un agnostico (parla di sé; N.d.T.), la domanda più importante del
nostro tempo sia la seguente: può esistere una comunione senza trascendenza, e
se non può esistere, su cosa potrà fondare l'uomo i suoi valori supremi? Su
quale trascendenza non rivelata può fondare la propria comunione? Sento di nuovo
il mormorio che sentivo poc'anzi: cosa serve andare sulla Luna se poi ci si
suicida»?
Cosa si può dire in definitiva? Georges
Mathieu, Georges Pompidou, Pierre de Calan, Maurice Druon, James de Coquet, Jean
Cau, Raymond Aron, Jean-Marie Domenach, Louis Pauwels a André Malraux concordano
tutti nel riconoscere che al di là di una crisi morale, del malessere che regna
nelle Università, nell'esercito, ecc..., viviamo una crisi di società, una crisi
di civiltà, e che il vero problema è di sapere come rispondere alle domande
essenziali che l'uomo non può evitare di porsi: chi sono? Da dove vengo? Dove
vado? Qual'è il mio fine? Interrogativi che l'essere umano si pone anche a
riguardo della vita e della società: a che cosa serve la società? Come può
fondarsi una comunione tra gli uomini, una vita sociale possibile? E
tutti, anche se da posizioni diverse se non opposte, rispondono
che occorre ristabilire i valori supremi, permanenti, le norme di
riferimento, le regole, un assoluto, una
trascendenza, qualcosa che si imponga a tutti e che domini tutto,
che fondi un ordine tale in cui ciascuno si riconosca e si
sottometta.
l Fallimento dei valori non trascendenti
Ciò che uomini così diversi e di idee
così disparate hanno constatato è cosa dimostrata dall'esperienza e dalla
Storia. Da sempre, gli uomini hanno manifestato il bisogno di qualcosa di
universale che si imponga a tutti per fondare un ordine sociale e politico, per
dare un senso alla loro vita. Senza risalire al diluvio, che cosa non si è fatto
in questi ultimi due o tre secoli per trovare un soluzione soddisfacente a
questo problema? Si è cercato disperatamente di proporre concetti diversi o
astrazioni più o meno ornate di maiuscole: la Nazione, la Legge, la Morale, la
Virtù, la Società, la Patria, l'Umanità, la Classe e la Razza. Fino a questa
disarmante proposta della «necessità di un mito». É stato detto di tutto; è
stato proposto di tutto. Tutto è stato provato. E nulla è risultato
soddisfacente. Un pizzico di buon senso e un po' di logica basta a dimostrare
l'inconsistenza di questi «assoluti» che non trascendono nulla. Pensiamo, ad
esempio, al concetto di Natura. Può un qualsiasi obbligo morale fondarsi
sull'idea di Natura? No, non può essere che l'uomo senta il bisogno di renderle
conto. Al massimo, la Natura non è che una raccolta di consigli. «Se vuoi
questo, fà quella cosa. Se desideri che quella cosa si realizzi, agisci
così». Essa consiglia, suggerisce, ma non comanda. E se non voglio fare
quella cosa? E se non voglio che tale cosa succeda? Chi mi costringerà? Chi
potrà farmene un obbligo? Chi mi proverà che ho torto se risponderò: grazie per
il consiglio, ma preferisco agire diversamente? Se sono io stesso il mio fine,
chi può obbligarmi senza commettere un'ingiustizia ad agire
diversamente?
I verdetti della Natura non
costituiscono un obbligo e ciascuno resta libero di aggirare le sue leggi se ne
accetta il rischio. «Non bere alcol che ti fà male al fegato»!... Molti
compiangono chi beve solo acqua! «L'alcolismo rovina la Razza»!...
«Cercherò di non avere figli», rispondono in tanti. «L'alcol uccide
lentamente»!... «Non ho fretta. E poi, bisogna morire di questo o di
quest'altro», ecc... Il termine «Legge» (con la «L» maiuscola)
l Le false promesse dello scientismo
E la Scienza? Ascoltiamo le sue
confortanti assicurazioni per bocca del razionalista Ernest Renan
(1823-1892): «Per tutte le vie, arriveremo a proclamare il diritto secondo
cui la ragione deve riformare la società mediante la scienza razionale e la
conoscenza teorica di ciò che è. Non è dunque un'esagerazione affermare che lo
scienza racchiude l'avvenire dell'umanità, che essa sola può parlarle del suo
destino e può insegnarle il mezzo per raggiungere il suo fine». E ancora:
«La scienza è una religione, solo la scienza costruirà i simboli,
solo la scienza può risolvere gli eterni problemi dell'uomo la cui
la sua natura esige imperiosamente la soluzione» 8. Nel XIX secolo, numerosi storici, poeti e romanzieri non
hanno fatto che parafrasare il credo di Renan. È il caso di Victor Hugo
(1802-1885) («L'umanità sarà trasfigurata dalla Scienza e
dall'amore»), di Flaubert, di Zola e di Comte. Che cosa ne è
stato? La Scienza e il Progresso hanno risposto a questa attesa, quasi
messianica, di certi uomini del XIX secolo? In realtà, è oggi una verità ovvia
ricordare la minaccia che lo sviluppo delle scienze fatto pesare sull'umanità, e
l'incapacità della Scienza di rispondere alle domande fondamentali che l'uomo si
pone. Due uomini di sceinza come Alexis Carrel (1873-1944) e Jean
Rostand (1894-1977) esprimono la loro angoscia e guardano con spavento al
momento «in cui la tecnica osa prendersela con l'essere pensante» 9. Il professor Jean Hamburger (1909-1992), che è
miscredente come Rostand, arriva a sospettare dell'intelligenza umana,
«questa mostruosa appendice di cui l'uomo è fiero», a causa della sua
incapacità di sfruttare a favore dell'uomo gli incredibili progressi della
medicina, della sua «incapacità politica e morale di concepire delle
soluzioni», e del suo potere di mettere «in pericolo l'intera
specie».
Per Jean Rostand, gli uomini di scienza
non possono rispondere in quanto tali ai problemi dell'uomo perché questi
problemi sono «di ordine puramente morale, e ciò significa che non compete ai
soli uomini di scienza sentenziare» 10. Lasciamo la
conclusione ad Alexis Carrel: «La Chiesa cattolica, nella sua profonda
conoscenza della psicologia umana, ha posto le attività morali ben al di sopra
delle intellettuali. Gli individui che onora più di tutti gli altri, non sono né
condottieri di popoli, né scienziati, filosofi. Sono i santi» 11.
l La saggezza degli antichi
In definitiva, possiamo dunque porci una
domanda: se tutti questi assoluti che abbiamo considerato sono dei falsi
assoluti, dei surrogati che non si impongono universalmente, dove trovare questa
trascendenza che tutti gli interpellati ci dicono essere indispensabile? Che ci
sia un ordine superiore alla volontà fluttuante degli uomini risalta dalle
riflessioni di alcuni filosofi dell'antichità:
In queste affermazioni troviamo delle
risposte alle constatazioni degli uomini d'oggi (Mathieu, Ionesco, ecc...) sullo
scivolamento verso la bestialità. Eccone altre più recenti:
Eccoci giunti al cuore del
problema:
- O Dio esiste, ed è su Lui che tutto si
fonda;
- O Dio non esiste, e allora, come dice
Fjodor Dostojevskij (1821-1881) nel romanzo I fratelli Karamazov,
«tutto è permesso», e infatti l'uomo torna alla barbarie e alla
bestialità.
Note
1 Traduzione dell'articolo
originale francese «Peut-il_exister une communion sans trascendence»?
(«Può esistere una comunione senza trascendenza»), a cura di Paolo Baroni. Articolo apparso sulla
rivista Permanences, nº 120, maggio 1975.
2 Raymond de Sebon era un
medico, filosofo e teologo catalano. La sua opera venne tradotta da Michel de
Montaigne (1533-1592), che fece della frase riportata la sua professione di
fede.
3 Cfr. Revue des Deux
Mondes, 1971.
4 Cfr. E. Ionesco, Présent passé et passé
présent («Presente passato e passato presente»), Mercure de France, 1968,
pag. 64.
5 Cfr. Le Figaro,
del 31 gennaio 1972.
5 Cfr. Paris-Match, del 26 maggio
1973.
6 Cfr. Le Figaro,
del 15 agosto 1968.
7 Cfr. Cultura
sovietica, del 30 luglio 1974.
8 Cfr. E. Renan, L'avenir de la science»
(«L'avvenire della scienza»), 1890.
9 Cfr. J. Rostand, Peut-on modifier
l'homme? («Si può modificare l'uomo»?) 1953.
10 Cfr. J. Rostand, La biologie et l'avenir
humain («La biologia e l'avvenire umano»), 1950.
11 Cfr. A. Carrel, L'homme, cet inconnu
(«L'uomo, questo sconosciuto»), pag. 186.
12 Cfr. Cicerone, De Republica, III,
22.
|
questo è un blog di informazione e approfondimento della fede cristiana secondo la tradizione della Chiesa una-santa-cattolica-apostolica romana
Translate
sabato 23 febbraio 2013
PROGRESSO O COLLASSO?
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento