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mercoledì 16 ottobre 2013

Mons. Fellay - riassume la posizione costante della Fraternità di fronte agli errori moderni.


Cari amici e benefattori,
già da molto tempo questa lettera avrebbe dovuto pervenirvi, ed è con gioia, in questo tempo pasquale, che vorremmo fare il punto ed esporre qualche riflessione sulla situazione della Chiesa. Come sapete, la Fraternità si è trovata in una posizione delicata durante una parte dell’anno 2012, in seguito all’ultimo tentativo di Benedetto XVI di cercare di normalizzare la nostra situazione. Le difficoltà sono venute, da una parte, dalle esigenze che hanno accompagnato la proposta romana – le quali, come sempre, non possiamo e non vogliamo sottoscrivere -, e d’altra parte, da una mancanza di chiarezza da parte della Santa Sede che non permetteva di conoscere esattamente la volontà del Santo Padre, né ciò che era disposto a concederci. La confusione causata da queste incertezze si è dissipata a cominciare dal 13 giugno 2012, con una conferma netta, il 30 dello stesso mese, tramite una lettera dello stesso Benedetto XVI che esprimeva chiaramente e senza ambiguità le condizioni che ci avevano imposto per una normalizzazione canonica.
Queste condizioni sono di ordine dottrinale; esse portano all’accettazione totale del Concilio Vaticano II e della messa di Paolo VI. E quindi, sul piano dottrinale, come ha scritto Monsignor Agostino di Noia, vice-presidente della Commissione Ecclesia Dei, in una lettera indirizzata ai membri della Fraternità San Pio X alla fine dell’anno scorso, noi siamo sempre al punto di partenza, lo stesso che si poneva negli anni ’70.
Noi dobbiamo purtroppo sottoscrivere questa constatazione delle autorità romane, e riconoscere l’attualità dell’analisi di Monsignor Marcel Lefebvre, fondatore della nostra Fraternità, che non è mai cambiata nei decenni che hanno seguito il Concilio, fino alla sua morte. La sua percezione molto giusta, sia teologica sia pratica, vale ancora oggi, dopo cinquant’anni dall’inizio del Concilio.
Noi vorremmo ricordare questa analisi che la Fraternità San Pio X ha sempre fatto propria e che  rimane il filo conduttore della sua posizione dottrinale e della sua azione: pur riconoscendo che la crisi che scuote la Chiesa ha anche delle cause esteriori, è proprio il Concilio stesso l’agente principale della sua auto-distruzione.
Dopo la fine del Concilio, Monsignor Lefebvre illustrò, in una lettera al Cardinal Alfredo Ottaviani del 20 dicembre 1966, i danni causati dal Concilio alla Chiesa tutta. Li ho già citati nella Lettera agli Amici e Benefattori n°68, del 29 settembre 2005. È utile rileggerne oggi qualche estratto:
«Subito ne sono state tratte le conseguenze, e sono state applicate alla vita della Chiesa:
- I dubbi sulla necessità della Chiesa e dei Sacramenti, comportano la sparizione delle vocazioni sacerdotali.
- I dubbi sulla necessità e la natura della “conversione” di tutte le anime, comportano la sparizione delle vocazioni religiose, la rovina della spiritualità tradizionale nei noviziati, l’inutilità delle missioni.
- I dubbi sulla legittimità dell’autorità e sull’esigenza dell’ubbidienza, provocati dall’esaltazione della dignità umana, dell’autonomia della coscienza, della libertà, fanno vacillare tutte le società, a cominciare dalla Chiesa alle società religiose, alle diocesi, alla società civile, alla famiglia. 
L’orgoglio ha per normale conseguenza le concupiscenze degli occhi e della carne. E vedere a che punto di decadenza morale sia giunta la maggior parte delle pubblicazioni cattoliche è forse una delle più spaventose constatazioni della nostra epoca. Senza alcun ritegno, vi si parla della sessualità, della limitazione delle nascite con tutti i mezzi, della legittimità del divorzio, dell’educazione in ambienti misti, del flirt, dei balli come mezzi necessari per l’educazione cristiana, del celibato dei preti, ecc.
- I dubbi sulla necessità della grazia per essere salvati, provocano la disistima del battesimo, rimandato ormai a più tardi, l’abbandono del sacramento della penitenza. Peraltro, qui si tratta soprattutto dell’attitudine dei preti e non dei fedeli. Lo stesso dicasi per la Presenza Reale, sono i preti che agiscono come se non vi credessero più: nascondendo il Santissimo Sacramento, sopprimendo tutti i segni di rispetto verso di Esso e tutte le cerimonie in Suo onore.
- I dubbi sulla necessità della Chiesa come unica fonte di salvezza, sulla Chiesa cattolica come la sola vera religione, che derivano dalle dichiarazioni sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa, distruggono l’autorità del Magistero della Chiesa. Infatti, Roma non è più la “Magistra Veritatis” unica e necessaria.
«Messi con le spalle al muro dai fatti, occorre dunque concludere che il Concilio ha favorito in maniera inconcepibile la diffusione degli errori liberali. 
La fede, la morale, la disciplina ecclesiastica tremano fin nelle fondamenta, secondo la predizione di tutti i Papi. 
La distruzione della Chiesa avanza a passi rapidi. 
Il Sommo Pontefice è ridotto all’impotenza dall’autorità esagerata concessa alle conferenze episcopali. 
Quanti esempi dolorosi in un solo anno! 
E tuttavia solo il Successore di Pietro può salvare la Chiesa».
Il 24 novembre 1974, in seguito alla visita apostolica al seminario di Ecône, Monsignor Lefebvre ritenne necessario riassumere la sua posizione nella celebre dichiarazione che avrà come conseguenza, qualche mese più tardi, l’ingiusta soppressione canonica della Fraternità San Pio X, che il nostro fondatore e i suoi successori hanno sempre considerato nulla. Questo testo capitale si apriva con questa professione di fede, che è quella di tutti i membri della Fraternità:
«Noi aderiamo con tutto il cuore, con tutta la nostra anima alla Roma cattolica, guardiana della Fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento di questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.
«Noi rifiutiamo di contro, e abbiamo sempre rifiutato di seguire, la Roma della tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e, dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono venute.
«Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito ancora alla demolizione della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, all’annientamento del Sacrificio e dei sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa, ad un insegnamento naturalista e teilhardiano nelle università, nei seminari, nelle catechesi, insegnamenti impartiti dal liberalismo e dal protestantesimo condannato più volte dal magistero solenne della Chiesa».
E la dichiarazione si concludeva con queste righe:
«La sola condotta fedele alla Chiesa e alla dottrina cattolica, per la nostra salvezza, è il rifiuto categorico dell’accettazione della Riforma.
«Ecco perché senza alcuna ribellione, alcuna amarezza, alcun risentimento noi proseguiamo la nostra opera di formazione sacerdotale sotto la stella del magistero di sempre, persuasi che noi non possiamo rendere un servizio più grande alla santa Chiesa cattolica, al sovrano Pontefice e alle generazioni future».
Nel 1983, ricordando il senso della battaglia per la Tradizione, Monsignor Lefebvre indirizzava un manifesto episcopale a Giovanni Paolo II, co-firmato da Monsignor de Castro Mayer, in cui denunciava, ancora una volta, le devastazioni causate dalle riforme post-conciliari e lo spirito nefasto che si era sparso ovunque. Egli sottolineava, in particolare, gli argomenti riguardanti il falso ecumenismo, la collegialità, la libertà religiosa, il potere del Papa e la nuova messa:

Il falso ecumenismo:

«Questo ecumenismo è ugualmente contrario agli insegnamenti di Pio XI nell’enciclica Mortalium animos: su questo punto è opportuno esporre e rigettare una certa falsa opinione che è alla radice di questo problema e di questo movimento complesso per mezzo del quale i non-cattolici si sforzano di realizzare un’unione delle chiese cristiane. Coloro che aderiscono a questa opinione citano costantemente queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo: “Affinché siano tutti uno… e si farà un solo gregge e un solo Pastore” (Giovanni 17,21 e 10,16) e pretendono che per mezzo di queste parole Gesù esprima un desiderio o una preghiera che non è stata mai realizzata. Essi pretendono, di fatto, che l’unità della fede e del governo, che è una della note della vera Chiesa di Cristo,  praticamente fino ad oggi non è mai esistita e ancora oggi non esiste.
«Questo ecumenismo, condannato dalla morale e dal diritto cattolico, giunge fino al punto di consentire la ricezione dei sacramenti della penitenza, dell’ eucaristia e dell’ estrema unzione da “ministri non-cattolici” (Canone 844 N.C.) e favorisce “l’ospitalità ecumenica” autorizzando i ministri cattolici ad impartire il sacramento dell’eucaristia a dei non-cattolici».

La collegialità:

«La dottrina, già suggerita dal documento Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, sarà ripresa esplicitamente dal nuovo Diritto Canonico (Can. 336); dottrina secondo la quale il collegio dei vescovi unito al Papa gode allo stesso modo del potere supremo nella Chiesa in maniera abituale e costante.
«Questa dottrina del doppio potere supremo è contraria all’insegnamento e alla pratica del magistero della Chiesa, specialmente nel Concilio Vaticano I (Dz. 3055), e nell’enciclica di Leone XIII Satis cognitum. Solo il Papa ha questo potere supremo che egli comunica nella misura in cui lo ritiene opportuno e in circostanze straordinarie.
«A questo grave errore si collega l’orientamento democratico della Chiesa, i poteri risiedenti nel “popolo di Dio” così come è definito nel nuovo Codice. Questo errore giansenista è condannato dalla Bolla Auctorem Fidei di Pio VI (Dz. 2602)».

La libertà religiosa:

«La dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II afferma l’esistenza di un falso diritto naturale dell’uomo in materia religiosa, contrariamente agli insegnamenti pontifici, che negano formalmente una simile blasfemia.
«Così Pio IX nella sua enciclica Quanta cura e nel Sillabo, Leone XIII nelle sue encicliche Libertas praestantissimum e  Immortale Dei, Pio XII nella sua allocuzione  Ci riesce, ai giuristi cattolici italiani, negano che la ragione e la rivelazione fondino un diritto simile.
«Il Vaticano II crede e professa, in maniera universale, che “la Verità non può imporsi che per la forza propria della Verità”, ciò si oppone formalmente agli insegnamenti di Pio VI contro i giansenisti del concilio di Pistoia (Dz. 2604). Il Concilio arriva a questa assurdità affermando il diritto di non aderire e di non seguire la Verità, di obbligare i governi civili a non più discriminare per motivi religiosi, stabilendo l’uguaglianza giuridica tra le false e la vera religione. (…)
«Le conseguenze del riconoscimento da parte del Concilio di questo falso diritto dell’uomo minano le fondamenta del regno sociale di Nostro Signore, scuotono l’autorità e il potere della Chiesa nella sua missione di far regnare Nostro Signore negli spiriti e nei cuori, conducendo il combattimento contro le forze sataniche che soggiogano le anime. Lo spirito missionario sarà accusato di esagerato proselitismo.
«La neutralità degli Stati in materia religiosa è ingiuriosa per Nostro Signore e la sua Chiesa, quando si tratta di Stati a maggioranza cattolica».

Il potere del Papa:

«Certamente il potere del Papa nella Chiesa è un potere supremo, ma  non può essere assoluto e senza limiti, dato che è subordinato al potere divino, che si esprime nella Tradizione, nella Sacra Scrittura e nelle definizioni già promulgate dal magistero ecclesiastico (Dz. 3116).
 «Il potere del Papa è subordinato e limitato al fine per il quale gli è stato conferito. Questo fine è chiaramente definito da papa Pio IX nella Costituzione Pastor aeternus del concilio Vaticano I (Dz. 3070). Costituirà un intollerabile abuso di potere modificare la costituzione della Chiesa e pretendere di appellarsi al diritto umano contro il diritto divino, come nella libertà religiosa, nell’ospitalità eucaristica autorizzata dal nuovo Codice, nell’affermazione dei due poteri supremi nella Chiesa.
«È chiaro che in questi casi e in altri simili, è un dovere per tutto il clero e i fedeli cattolici di resistere e di rifiutare l’obbedienza. L’obbedienza cieca è un controsenso e nulla assolve dalla responsabilità per avere obbedito agli uomini piuttosto che a Dio (Dz. 3115); e questa resistenza deve essere pubblica se il male è pubblico ed è oggetto di scandalo per le anime (Somma teologica, II, II, 33, 4).
«Questi sono dei princìpi elementari di morale, che regolano i rapporti dei soggetti con tutte le legittime autorità.
«Questa resistenza trova altrove una conferma nel fatto che d’ora in avanti coloro che si attengono alla Tradizione e alla fede cattolica siano penalizzati, e che coloro che professino delle dottrine eterodosse o compiano dei veri sacrilegi non se ne preoccupino in alcun modo. E’ la logica dell’abuso di potere».

La nuova messa:

«Contrariamente agli insegnamenti del Concilio di Trento nella sessione XXII, contrariamente all’enciclica Mediator Dei di Pio XII, si è esagerato lo spazio dei fedeli nella partecipazione alla messa e diminuito lo spazio del sacrificio propiziatorio. Si è esaltata la cena comunitaria laicizzandola, a spese del rispetto e della fede nella presenza reale della transustanziazione.
«Sopprimendo la lingua sacra, sono stati pluralizzati all’infinito i riti rendendoli profani a causa di apporti mondani o pagani e sono state divulgate false traduzioni, a spese della vera fede e della vera pietà dei fedeli».
 
Nel 1986, a proposito dell’incontro interreligioso di Assisi, che costituì un incredibile scandalo nella Chiesa cattolica, e soprattutto una violazione del primo di tutti i comandamenti - «adorerai un solo Dio» - in cui si vide il Vicario di Cristo invitare i rappresentanti di tutte le religioni a invocare i loro falsi dei, Monsignor Lefebvre protestò con veemenza. Dirà anche di aver visto in questo evento insopportabile per tutti i cuori cattolici, uno dei segni che egli aveva domandato al Cielo, prima di poter procedere ad una consacrazione episcopale.
Nella Lettera ad Amici e Benefattori n° 40 del 2 febbraio 1991, don Franz Schmidberger, secondo Superiore generale della Fraternità San Pio X, riprende l’argomento e ribadisce la posizione cattolica in un piccolo compendio degli errori contemporanei opposti alla fede. E noi abbiamo chiesto a qualche confratello di riassumere in una sorta di vademecum l’insieme di questi punti in diverse opere pubblicate da allora, tra cui il notevole Catechismo della crisi della Chiesa di don Matthias Gaudron (Edizioni Rex Regum).
Oggi, sulla stessa linea, non possiamo che ripetere ciò che Monsignor Lefebvre e don Schmidberger dopo di lui hanno affermato. Tutti gli errori che hanno denunciato, noi li denunciamo. Supplichiamo il Cielo e le autorità della Chiesa, in particolare il nuovo Sommo Pontefice, Papa Francesco, Vicario di Cristo, Successore di Pietro, di non lasciare che le anime si perdano perché non ricevono più la sana dottrina, il deposito rivelato, la fede, senza la quale niente può essere salvato, niente può piacere a Dio.
A cosa serve dedicarsi agli uomini se si nasconde loro l’essenziale, lo scopo e il senso della loro vita, e la gravità del peccato che da ciò li allontana? La carità per i poveri, i più indifesi, gli infermi, i malati, è sempre stata una preoccupazione reale per la Chiesa, e non bisogna dispensarsene, ma se ciò si riducesse a pura filantropia e ad antropocentrismo, allora la Chiesa non compirebbe più la sua missione, non condurrebbe più le anime a Dio, cosa che non si può fare realmente se non in virtù dei mezzi soprannaturali, la fede, la speranza, la carità, la grazia. E quindi con la denuncia di tutto ciò che vi si oppone: gli errori contro la fede e contro la morale. Infatti, se, nonostante questa denuncia, gli uomini peccano, sono dannati per l'eternità. La ragion d’essere della Chiesa è di salvarli e di evitare il male della loro dannazione eterna.
Ovviamente, ciò non farà piacere al mondo, che si rivolta contro la Chiesa, spesso con violenza, come ci mostra la storia.
Eccoci dunque a Pasqua 2013, e la situazione della Chiesa resta quasi invariata. Le parole di Monsignor Lefebvre assumono un accento profetico. Tutto si è realizzato, e tutto continua con grande danno delle anime che non ascoltano più dai loro pastori il messaggio di salvezza.
Senza lasciarci sconfortare, sia per la durata di questa crisi terribile, sia per il numero di sacerdoti, di vescovi che continuano l’auto-distruzione della Chiesa, come riconobbe Paolo VI, noi continuiamo, nella misura dei nostri mezzi, a proclamare che la Chiesa non può cambiare né i suoi dogmi, né la sua morale. Perché non si possono colpire le sue venerabili istituzioni senza provocare un disastro. Se certe modifiche accidentali sulla forma esteriore devono essere fatte – come naturalmente si produce in tutte le istituzioni umane - esse non possono in alcun caso essere fatte in opposizione ai princìpi che hanno guidato la Chiesa per tutti i secoli precedenti.
La consacrazione a San Giuseppe, decisa dal Capitolo generale nel luglio 2012, arriva proprio in un momento decisivo. Perché San Giuseppe? Perché è il patrono della Chiesa cattolica. Egli continua ad avere per il Corpo mistico il ruolo che Dio Padre gli aveva affidato nei confronti del suo Divin Figlio. Essendo Gesù Cristo il Capo della Chiesa, testa del Corpo mistico, ne consegue che colui che era incaricato di proteggere il Messia, Figlio di Dio fatto uomo, vede la sua missione estendersi a tutto il Corpo mistico.
Così come il suo ruolo è stato molto discreto e in gran parte nascosto – pur essendo pienamente efficace - così il ruolo di protettore – efficacissimo anche sulla Chiesa - viene eseguito nella massima discrezione. È solo nel corso dei secoli che si è manifestata in modo sempre più chiaro la devozione a San Giuseppe. Uno dei più grandi santi, uno dei più discreti. Sull’esempio di Pio IX, che lo dichiarò patrono di tutta la Chiesa, sull’esempio di Leone XIII che confermò questo ruolo e introdusse la magnifica Preghiera a San Giuseppe, patrono della Chiesa universale - che noi recitiamo tutti i giorni nella Fraternità - sull’esempio di San Pio X, che aveva una devozione specialissima per San Giuseppe, di cui portava il nome, noi vogliamo fare nostre, in questo momento drammatico della storia della Chiesa, questa devozione e questo patrocinio.
Cari Amici e Benefattori della Fraternità San Pio X, vi benedico di tutto cuore, esprimendo la mia gratitudine per le vostre preghiere e per la vostra generosità a favore dell’opera di restaurazione della Chiesa intrapresa da Monsignor Lefebvre. E ancora di più, domando a San Giuseppe di ottenervi le grazie divine di cui le vostre famiglie hanno bisogno per rimanere fedeli alla Tradizione cattolica.
+ Bernard Fellay
 Marzo 2013

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